Chi osserva un quadro, una scultura o un’architettura, senza pretendere immancabili nozioni tecniche e scientifiche, mette in atto un meccanismo di contemplazione volontaria e consapevole; contrariamente la percezione uditiva è di per sé passiva, sempre aperta ma non sempre consapevole di esserlo.

Il confronto tra due ambiti indipendenti, l’arte e il suono, è l’oggetto della mostra “Art or Sound” a cura di Germano Celant e presentata alla Fondazione Prada, nei due piani affrescati della Ca’ Corner della Regina di Venezia, fino al 3 novembre 2014.

Il percorso di impostazione storica della mostra si snoda attraverso un allestimento a scacchiera – con pavimentazione e supporti espositivi di materiale fonoassorbente – e suggerisce assonanze visive tra gli oggetti in mostra, manufatti silenziosi ed opere che emettono suoni, in un clima generale di cacofonia percettiva che rende la fruizione contemplativa ed uditiva di difficile efficacia estetica.

L’impressione dominante è quella di un desiderio enciclopedico che si configura attraverso l’esposizione di una collezione di oggetti straordinari, in pieno spirito da Wunderkammer, a ribadire un’impostazione museografica sempre più lontana dall’idea di White Cube.

Dalle chitarre ed i violini in marmo intarsiato del XVII secolo, agli automi musicali settecenteschi, dagli orologi ottocenteschi di fattura svizzera, alle sperimentazioni delle avanguardie storiche (in mostra il “Ciac Ciac” di Giacomo Balla, 1914 ed il metronomo di Man Ray); ad ancora, dalle trombe del Giudizio di Pistoletto al movimento di Fluxus, dagli assemblaggi di Claes Oldenburg e Jean Tinguely fino all’orchestra derelitta di Robert Rauchemberg (“Oracle”, 1962-65).

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Veduta della mostra

Il rapporto di ricerca che lega l’arte allo strumento sonoro sembra orientarsi verso l’appropriazione iconica e formale dell’oggetto oppure l’esibizione della sua componente costruttivo-meccanica.

Si trovano anche casi in cui la creatività viaggia di pari passo con l’innovazione tecnologica, come accade per il curioso piano optofonico del musicista pittore e scultore russo Vladimir Baranov-Rossiné, creatore dello strumento meccanico costituito da dischi dipinti, prismi, lenti, specchi, nato nel 1912 con l’idea di realizzare dei concerti luminosi.

Arte e suono si incontrano in un felice momento di partecipazione estetica da parte dello spettatore nelle opere performative che implicano l’interazione dello stesso, dalla “cabina telefonica” di Laurie Anderson (Handphone Table) al tavolo-xilofono di Doug Aitken (Marble Sonic Table).

Laurie Anderson, Handphone Table

Laurie Anderson, Handphone Table

Nel cercare di mettere in discussione la centralità dello sguardo attraverso la percezione di ricezioni sensorie plurilinguistiche, il risultato, tutto il contrario che dinamico, risulta spesso ripetitivo, martellante sino all’ossessività.

Forse che il replicarsi degli stimoli estetici riesce a farci varcare la soglia del disinteresse? Non sembra questo il proposito della mostra che ambisce ad indagare “la questione dell’intreccio tra arte e suono”.

Una questione che, continua Celant: “attraversa tutta la vicenda artistica dal XVII secolo a oggi come aspirazione a tematizzare uno spazio o un territorio sensoriale non rispondente alla tradizione occidentale e alle sue schematiche coordinate. Segna tutto il percorso della modernità e le relazioni sinestetiche tra diversi linguaggi espressivi della comunicazione, al fine di trovare un altro ordine che non sia convenzionale”.

La convivenza serrata e la decontestualizzazione degli oggetti in mostra, rappresentanti di un tessuto così cronologicamente ampio e storicamente rilevante, più che suggerire un nuovo ordine contribuisce ad un generale livellamento estetico e critico, tanto che l’iniziale vivacità, mista a stupore e meraviglia, declina sul finire della mostra in pieno barocchetto.

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