La polemica tra l’artista Blu e i curatori della mostra bolognese Street Art – Bansky&Co apre una contesa senza apparente soluzione.

Per discutere di riqualificazione urbana bisogna partire dal concetto di brutto. Che, ovviamente, pare subito un fatto molto soggettivo. Chi dice cosa piace? E perché qualcuno decide arbitrariamente di regalarmi la sua arte senza che io la chieda? Due quesiti che sono alla base della street art e della sua piena attuazione. Partiamo da un muro. Si parte sempre , o quasi sempre, da un muro. Partiamo da un muro cadente, scrostato e fatiscente. Brutto, forse. Mettiamo dei colori nelle mani di un guerrigliero del sentimento esibizionistico. Ed ecco che il muro prende vita. Il risultato meraviglia, o perlomeno incuriosisce, chiunque: riqualificazione urbana. Il guerrigliero decide così. E, adesso, di chi è la sua opera? Sua, rispondendo a caldo. Nostra, pensando che la collocazione scelta c’imponga una visione forzata e continua. Sulla basa di questa dicotomia s’inserisce Blu e la polemica sull’opera di Blu. I fatti (noti): a Bologna si allestisce la mostra Street Art – Bansky&Co e, per reperire alcune opere, si decide di staccare dai muri i disegni dei protagonisti di questa corrente. Simbolo massimo di questa operazione è un enorme graffito di Blu, realizzato nel 2006 e alto una decina di metri: un muro in cemento armato staccato dalle ex Officine Casaralta di Bologna, un disegno dal peso di 150 chili. I curatori della mostra ottengono il via libera dai proprietari degli stabili e il resto poco importa. Di chi è l’opera? Sua. Nostra.

002

Blublu.org Photo Credits

Lo sfuggente writer bolognese (ma di origini pesaresi) non ci sta e opta per il più clamoroso dei gesti decidendo di cancellare con una vernice grigia tutte le sue opere presenti in città. Un’operazione non nuova al nostro visto che si era già prodotto in una protesta del genere a Berlino quando aveva eliminato un suo murale in Cuvrystrasse, nel quartiere di Kreuzberg, per protestare contro la deriva elitaria che la zona stava prendendo in termini abitativi. «Quando un’opera è stata fatta dentro o su una proprietà altrui – dichiara al Fatto Quotidiano Fabio Roversi Monaco, presidente di Genus Bononiae Museo della Città e motore della mostra – l’artista di strada esprime sì il suo antagonismo ma sa perfettamente che quello spazio non è suo ma di proprietà di chi lo possiede». Difficile dargli torto. «La mostra “Street Art” è il simbolo di una concezione della città che va combattuta – risponde Blu tramite un comunicato affidato al collettivo Wu Ming -, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi. Di fronte alla tracotanza da landlord, o da governatore coloniale, di chi si sente libero di prendere perfino i disegni dai muri, non resta che fare sparire i disegni. Agire per sottrazione, rendere impossibile l’accaparramento». È sua? È nostra? Alcuni degli stabili “spogliati” erano in demolizione, facile, quindi, dire che le opere siano state letteralmente salvate da distruzione certa. D’altra parte i rappresentanti della street art prevedono anche questa eventualità per la vita delle proprie opere. Fa parte del gioco. La questione non è di lana caprina specie in un momento in cui questa forma di espressione artistica è uscita dalla dimensione del semplice gesto eversivo ed è entrata a pieno titolo nel mondo delle idee da mostrare. Rimane un nodo irrisolto, una contraddizione in termini: di chi è questa opera? Catalogarla diventa facile nel momento in cui appare la firma dell’autore ma stabilirne la proprietà è molto difficile perché quest’ultima si biforca in due direzioni: intellettuale e materiale. L’opera è sua perché l’ha disegnata lui oppure è nostra perché è collocata su uno spazio visibile a tutti che non è suo?

 

Francesco Costantino Ciampa

Copertina: Blublu.org Photo Credits

Questo articolo è disponibile anche in Inglese