New York, Aprile 1917…

Marcel Duchamp, che si era trasferito da Parigi a New York nel 1915, in un giorno dell’Aprile 1917 si ferma in un negozio di materiale idraulico insieme al collezionista Walter Arensberg e acquista un orinatoio di marca “Bedfordshire” per poi, poco dopo, portarlo nel suo studio sulla 67a Strada. Lì decide di girarlo di 180° e di apporvi sopra la firma “R. Mutt 1917”, che altri non è che il proprietario del negozio di idraulica dove ha comprato poco prima l’oggetto. Decide di intitolarlo “Fountain” e da lì ha inizio una nuova, travolgente storia per il mondo dell’arte: presenta anonimamente la sua nuova opera alla Society of Indipendent Artists (di cui era anche direttore) ma la commissione delegata a decidere che cosa esporre rifiuta di ricevere l’opera argomentando che “Fountain is a gross, indecent object which should not to be exhibited due to its base association with bathrooms and excreta”. Due sono perciò le ragioni del rifiuto: da una parte vi è la sostanziale “indecenza” dell’opera dell’artista mentre, in secondo luogo, manca l’intervento fisico (salvo la firma) dell’artista e quindi viene meno una precondizione per poter legittimamente parlare di “opera d’arte”.
Come la storia continua, lo sappiamo: dell’orinatorio rimane sono una foto, essendo andato disperso subito dopo; negli anni Duchamp è diventato un artista che ha segnato un cambio di passo nel mondo dell’arte e la sua opera Fountain è stata definita dal Turner Prize nel 2004 come l’opera che ha avuto maggiore influenza in epoca moderna, seguita da Le Demoiselles d’Avignon di Picasso (1907) e da Marilyn Diptych di Andy Warhol (1962)[1] perché, a detta dei 500 esperti che l’hanno votata, “reflects the dynamic nature of art today and the idea that the creative process that goes into a work of art is the most important thing – the work itself can be made of anything and can take any form”.

New York, 1926
Ancora Marcel Duchamp, ancora New York, diverso l’oggetto della questione: l’opera Oiseau dans l’Espace di Constantin Brâncuși viene portata da Duchamp con sé in un viaggio da Parigi ma, alla dogana, sorge un problema. L’opera d’arte, che consiste in un oggetto di bronzo su una base di metallo e che per la forma esprime (o, come in questo caso, vorrebbe esprimere) l’essenza del volo, non viene riconosciuta come tale dal funzionario doganale il quale decide di classificarla, ben più pragmaticamente, come «Kitchen utensil» e quindi di fatto negandogli l’imposta doganale prevista per le opere d’arte dal Tariff Act. L’art. 1704 della legge infatti attua un’enumerazione di una serie di oggetti per definire che cosa sia da considerare come opera d’arte, e a tal proposito è da definirsi arte: “i dipinti originali ad olio, olio minerale, all’acquerello o altre tecniche, i pastelli e i disegni originali e gli schizzi a penna, a inchiostro o matita o all’acquerello, le acqueforti, le prove d’artista senza cornice, le stampe e le incisioni su legno anche senza cornice, le sculture o statue originali, di cui non esistono più di due repliche o riproduzioni; e i termini «sculture» o «statue», nell’accezione che rivestono in questo articolo, devono essere interpretati in modo da includere unicamente le opere di scultori professionisti, a tutto tondo o in rilievo, realizzate in bronzo, marmo, pietra, alabastro, o metallo o fuse nel bronzo o in qualunque altro metallo o lega, o nella cera o nel gesso, realizzate a titolo esclusivo come prodotto professionale e a opera di scultori, e i termini «dipinti» o «sculture» o «statue», nell’accezione che rivestono in questo articolo, non includono gli oggetti d’uso comune nemmeno quelli realizzati in parte totalmente con una matrice o qualunque altro procedimento meccanico; e i termini «schizzi» «stampe» «incisioni su legno», nell’accezione che rivestono nel presente articolo, includono unicamente le opere derivanti da un procedimento di pressione manuale a partire a lastre o blocchi intagliati o incisi con utensili manuali e non a partire da lastre o blocchi intagliati o incisi secondo procedimenti fotochimici o meccanici”[2].
Il processo, passato alla Storia come « Brâncuși trial», vede contrapposti l’artista e la Dogana: grande enfasi viene data al processo, data la fama controversa dello scultore, anche perché (come ravvisabile dall’art. 1704 del Tariff Act più sopra trascritto) la legge non richiede che la scultura sia realistica ma una precedente decisione della Corte (Caso United States v. Olivotti del 1916) aveva stabilito che le sculture potessero essere qualificate come opere d’arte solamente se “chiselled or carved imitations of natural objects”[3]. Finalmente due anni dopo il giudice Waite dichiara che “The object now under consideration [..] is beautiful and symmetrical in outline, and while some difficulty might be encountered in associating it with a bird, it is nevertheless pleasing to look at and highly ornamental, and as we hold under the evidence that it is the original production of a professional sculptor and is in fact a piece of sculpture and a work of art according to the authorities above referred to, we sustain the protest and find that it is entitled to free entry.” stabilendo dunque la natura di opera d’arte dell’opera dell’artista rumeno e legittimando così anche giuridicamente l’avanguardia di cui Brâncuși era uno dei massimi esponenti.
Ma non è stato l’ultimo caso, a riguardo.

Londra, 2006
Nel 2006 la galleria londinese Hanunch of Venison importa dagli Stati Uniti d’America due opere d’arte di due artisti contemporanei: Six Alternating Cool White/Warm White Fluorescent Lights Vertical And Centrered (una scultura di luci al neon di Dan Flavin del 1973) e Hall of Whispers di Bill Viola (1995) che si sostanzia in un video da mostrare al pubblico. Sorgono problemi alla dogana, dove l’importatore dichiara di essere in possesso di due opere d’arte ma, similmente a quanto accadde quasi un secolo prima a Duchamp, i funzionari della dogana non ritengono che quegli oggetti siano definibili come opere d’arte (cui applicarsi l’imposta sul valore aggiunto ridotta – VAT – del 5% così come stabilito dal Common Customs Tariff che al Chapter 97 disciplina le tariffe doganali per «painting print or sculpture») bensì applicare l’imposta ordinaria relativa a «image projectors» e «chandeliers or other electrical ceiling or wall lighting fittings». La causa viene portata davanti al magistrato del «VAT and Duties Tribunal» che ritiene che gli oggetti siano da considerarsi come opera d’arte, e basa la sua decisione sulla scia di quanto disse il giudice Waite nel caso Brâncuși: “on the basis of evidence we heard we find that the works in this case are properly classifiable as sculpture so far as what might be termed professional people in the art world are concerned. By that we mean critics, gallerists and other artists”[4].
La vicenda avrà un seguito a livello comunitario: la Commissione Europea con Regulation n. 731/2010 afferma che le sculture di luce di Dan Flavin non sono da considerarsi come opere d’arte bensì «wall light fittings» così come il video di Bill Viola è da considerarsi fiscalmente nella sua emanazione sostanziale, ossia come proiettore solo contestualmente modificato ad hoc per la riproduzione univoca del video.
Questione altrettanto rilevante è che l’applicazione dell’aliquota del 17,5% (VAT) più l’imposta doganale del 3,7% non viene effettuata sul valore dei componenti, come sarebbe prevedibile, bensì sul valore di mercato dei lavori destinati al mercato dell’arte.
La Commissione Europea decide che l’opera di Bill Viola non possa considerarsi come opera d’arte poiché “the components have been slightly modified by the artist but these modifications do not alter their preliminary functions of [ videoplayers and loudspeakers ]” ma la Commissione non spiega perché la combinazione di immagini e altri componenti non possa costituire una scultura. Per quanto attiene invece l’altro oggetto della questione, ossia l’opera di Flavin, la Commissione Europea rigetta la classificazione di scultura perché non è l’installazione che costituisce un’opera d’arte ma il risultato delle operazioni (gli effetti di luce) a renderla tale. Come provocatoriamente chiesto da Pierre Valentin nel suo articolo fortemente critico verso questa decisione, ciò significa che quando l’oggetto di Flavin è spento non è un’opera d’arte e lo diviene quand’è acceso?[5]

La soluzione scelta dalla Commissione Europea così è in assoluta controtendenza rispetto la prassi giurisprudenziale, non limitativa nei confronti della definizione di “opera d’arte”.
Il problema, come abbiamo visto negli esempi, è nella definizione. Che cosa sia arte come genus e, più nello specifico, cosa sia definibile come “arte figurativa” o “arte concettuale” (e quindi species dell’arte) è un problema che il diritto si pone da decenni, in particolar modo dagli inizi del XX secolo quando entra sulla scena l’arte concettuale che mina fin dalle basi gli schemi classici dell’arte e quindi, di riflesso, anche del diritto.
E il problema a maggior ragione lo riscontriamo quando una dicotomia tra “arte figurativa” ed “arte concettuale” esiste comunemente ed è considerata tale nel linguaggio comune e tra gli addetti ai lavori, ma non c’è per il diritto il quale parla in termini non specifici e generali di “opere d’arte” e “arte figurativa” in maniera assolutamente equivalente e interscambiabile.
Questo problema definitorio di che cosa possa definirsi come opera d’arte può avere due soluzioni diverse tra loro: una definizione per elencazione, che vede enumerare gli elementi appartenenti a quel determinato insieme (es. l’elencazione prevista dal Tariff Act di cui sopra) ovvero una definizione per caratteristica o “in estensione” e cioè l’insieme degli oggetti che sono caratterizzati da una determinata proprietà. Per quanto attiene alla prima, la definizione per elencazione ha il pregio di evitare vaghezze ed è caratterizzata dalla facile fruibilità della stessa: gli oggetti che sono da definirsi “opera d’arte” per il diritto sono enumerati in un elenco. Di contro, qualunque oggetto che non è stabilito nell’elenco non sarà considerato come opera d’arte e quindi verrà escluso; questa modalità dimostra perciò una semplicità di utilizzo cui corrisponde un’eccessiva rigidità, specie in un mondo come quello dell’arte contemporanea che è in grande evoluzione e che muta (o si espande) continuamente. La seconda soluzione è quella della definizione per caratteristica (o “in estensione”) per cui la definizione è data dalla specificazione di alcune caratteristiche che determinati oggetti devono avere per poter essere definiti come “opera d’arte”; questa seconda soluzione è più flessibile e adeguata al contesto dell’arte contemporanea, ma ha il grande rischio di poter essere facilmente tacciata di vaghezza interpretativa e quindi, sostanzialmente, di non poter essere facilmente definibile.

Giovanni Turina

[1] http://news.bbc.co.uk/2/hi/entertainment/4059997.stm
[2] B. ELDEMAN (2001), Addio alle arti. 1926: l’«affaire» Brancusi, p.41 ss., Medusa, Milano
[3] S. GIRY (2002) – An odd bird, Legal affair.
[4] Cfr. http://www.taxbar.com/Haunch_of_Venison_Trib.pdf.pdf così come citato nel commento del caso in oggetto in D. McCLEAN, P.VALENTINE, Haunch of Venision VAT victory, The Art Newspaper, 11 febbraio 2009
(in versione online al linkhttp://theartnewspaper.com/articles/Haunch_of_Venision_VATvictory/16944 )
[5] P. VALENTIN, European definition of art is absurd, The Art Newspaper, 13 January 2011