L’abbazia è diventata oggi un tempio del contemporaneo: al suo interno è infatti ospitato il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università degli Studi di Parma, già dagli anni Settanta un importante e attivo archivio d’arte del ‘900.

L’imponente abbazia di Valserena, attuale sede del CSAC, da tutti erroneamente conosciuta come Certosa di Parma, dal romanzo di Stendhal, conserva ancora oggi il suo fascino poetico, emergendo come un raffinato colosso dai pianeggianti e silenziosi campi della pianura padana. Varcando le soglie di questo capolavoro medievale, ci troviamo in un ambiente inaspettatamente moderno, che custodisce tuttavia un vero e proprio tesoro. L’abbazia è diventata oggi un tempio del contemporaneo: al suo interno è infatti ospitato il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università degli Studi di Parma, già dagli anni Settanta un importante e attivo archivio d’arte del ‘900. Importantissima la sezione di architettura e design, nella quale sono contenute migliaia di disegni (di cui un impressionante fondo di disegni di Pier Luigi Nervi), oltre a quella di fotografia, con più di 4 milioni di pezzi, senza dimenticare la sezione arte con oltre 1200 dipinti e 15.000 disegni.

CSAC, photo Paolo Rosselli, MytemplArt Magazine

CSAC, foto Paolo Rosselli

La direttrice, la professoressa e archivista Gloria Bianchino, ci spiega che sono gli studenti i principali fruitori di questo ricco centro, e che, tramite una serie di mostre organizzate con materiale esclusivamente proveniente dal CSAC (quando i fondi lo permettono), è proprio il lavoro di studio e di ricerca svolto al suo interno ad essere esibito. Scopo principale, quello di far riflettere sul valore che la ricerca riveste anche in ambito contemporaneo e quindi sul ruolo fondamentale svolto tutt’oggi dall’archivio: “L’archivio è l’unico luogo in cui i materiali hanno una funzione paritetica. L’archivio è il luogo della ricerca anche legata al contemporaneo, è il luogo della memoria, non muore mai, resta sempre una fonte inesauribile di informazioni pronta a nuovi confronti ”. Sul ruolo dell’archivio nell’epoca del contemporaneo la direttrice infatti non ha dubbi: “Oggi l’arte si consuma in un baleno: tutto è presentato e consumato subito. L’archivio permette di conservare e di meditare su fenomeni che altrimenti sarebbero incomprensibili”.
Ma il contemporaneo prevede per forza un confronto con le nuove tecnologie, confronto che secondo la Bianchino è necessario, ma che allo stesso tempo deve essere controllato. Confessa infatti che, nonostante al CSAC sia in atto un processo di digitalizzazione (che fatica a compiersi per un problema esclusivamente legato ai fondi), non sarebbe favorevole alla conversione di tutto il materiale: “Un archivio online è senza dubbio un modo efficace per dialogare col mondo, ma mette a disposizione un mondo solo parziale. Le informazioni, i cataloghi devono essere a disposizione in rete, ma devono essere un mezzo e non ancora il fine”. La direttrice sottolinea inoltre che, in caso di digitalizzazione, questa debba sempre avvenire sotto una seria supervisione e l’accesso ai record debba essere limitato: “Non si tratta di censura, ma solo di controllo scientifico”.

Gloria Bianchino, courtesy CSAC, Parm, MytemplArt Magazine

Gloria Bianchino, courtesy CSAC, Parma

Tuttavia, secondo la Bianchino, certi aspetti dell’archivio storico non potranno mai essere rimpiazzati e mette in luce quelli che per lei sarebbero i rischi di un’informatizzazione: “L’importanza di un archivio risiede nell’immensa quantità di fonti meno conosciute che questo possiede, fonti che possono rivelare aspetti altrimenti nascosti di artisti ed opere; rendendo disponibile online solo una selezione di documenti “rappresentativi”, si compierebbe una scelta, indirizzando i fruitori verso un’interpretazione e andando contro l’essenza stessa dell’archivio, che è paritetico e neutrale”.
In ogni caso, la professoressa conferma l’impegno e la voglia di rendere il materiale del CSAC il più possibile accessibile, elencando tra le sue priorità il progetto di una controllata digitalizzazione dell’archivio. Conclude infine con un’interessante riflessione sul potenziale che questo lavoro di valorizzazione, non solo del CSAC, ma dei numerosissimi archivi d’artista italiani, possa costituire una fonte di impiego per tanti giovani studenti e storici dell’arte: “L’Italia è conosciuta per il Colosseo, ma abbiamo archivi di artisti contemporanei italiani, di cultura italiana, che hanno lavorato a contatto con il mondo e che dovrebbero essere valorizzati. Per i giovani potrebbe essere un lavoro. Non c’è bisogno di creare nulla di nuovo, basta valorizzare quello che c’è, sfruttando anche la diversa consapevolezza del valore che oggi è attribuito all’archivio”.

http://opac.unipr.it/SebinaOpa

Questo articolo è disponibile anche in Inglese