Dal 10 febbraio i visitatori della Dulwich Picture Gallery sono  invitati ad individuare una delle copie cinesi presenti nella galleria, tra i 270 dipinti presenti nella collezione permanente.

‘Made in China: Un Progetto di Doug Fishbone’ esplora la natura e l’importanza dell’originale in relazione alla sua copia e il ruolo dell’arte come merce, un tema di crescente importanza in un’epoca in cui la produzione circola a livello globale. Concepita dall’artista Doug Fishbone e curata dal dottor Xavier Bray, Arturo e dalla curatrice Holly Melosi, la Dulwich Gallery ha rimosso temporaneamente alcuni dei suoi dipinti dai telai sostituendoli con delle copie commissionate da Fishbone e prodotte da uno studio cinese di esportatori di dipinti ad olio prodotti artigianalmente. Per tre mesi (10 febbraio – 26 Aprile) il pubblico sarà invitato a identificare la copia attraverso un’applicazione su iPad presente in Galleria. I partecipanti che indovineranno correttamente la risposta verranno estratti e potranno vincere una stampa personalizzata dalla collezione della Galleria e firmata da Fishbone. Le copie saranno rivelate il 28 aprile 2015 quando verranno esposte fianco a fianco con l’originale. I visitatori saranno invitati a tornare ed a confrontarsi per discutere le differenze. In che modo la pennellata differisce? Come ha l’artista cinese interpretato lo stile di pittura di un vecchio maestro? Abbiamo incontrato Sorcha Ni Lideadha, assistente curatrice alla Dulwich Picture Gallery.

Francesca Marcaccio. Può dirci come è nata l’idea della mostra?
Sorcha Ni Lideadha. L’artista Doug Fishbone ha inizialmente proposto alla curatrice Holly Melosi l’ideadi sostituire tutte le opere della galleria, smontare ogni singolo quadro e sostituirlo con una copia. Eravamo tutti davvero incuriositi da questa idea poiché abbiamo una collezione di vecchi maestri mentre la tendenza del pubblico della Dulwich è di visitare le nostre mostre temporanee. Di conseguenza, il pubblico che passa da qui non si sofferma a lungo a guardare realmente i dipinti della collezione permanente, cosi’ abbiamo pensato che questo progetto avrebbe potuto esplorare la tematica della “novità” nella collezione. Collaborando con l’artista concettuale Doug Fishbone, vogliamo incoraggiare il pubblico a dare un’occhiata più da vicino alla nostra collezione permanente. Estrapolando i dipinti della nostra collezione e lasciando le pareti rosse come sono attualmente, le opere vengono isolate dalla mostra temporanea. L’unico cambiamento temporaneo che abbiamo attuato è di scegliere tra le opere “falsificate” un capolavoro che normalmente è in mostra per confondere ancora di più il pubblico. Vogliamo che questa mostra possa essere occasione di dibattito e di osservazione dei dipinti. Il pubblico potra’ scegliere quale dipinto pensi sia una replica attraverso un IPad. Questa esposizione non solo sfiderà il grande pubblico, ma anche gli esperti del campo.

Dulwich Gallery

Dulwich Gallery

F.M. L’idea di collocare una replica prodotta in Cina in un museo occidentale sembra un gesto provocatorio. Come percepiamo le copie in Occidente e in che modo il contesto istituzionale in cui un dipinto è esposto influenza il modo in cui ci relazioniamo ad esso? In che modo la visione orientale della proprietà intellettuale differisce dalla visione occidentale?
S.N.L. Si potrebbe semplicemente chiedere perché non ottenere una replica da qualcuno che dipinge ad olio nel nostro quartiere di Londra? Abbiamo pensato che in realtà rivolgerci alla Cina avrebbe fornito nuovi punti di discussione, così la questione che stiamo cercando di sollevare è la seguente: qual è il motivo reale di avere opere d’arte originali, quando si può semplicemente accedere tramite il computer ad un artista come Guido (Reni) e trovare migliaia di dipinti? Cosa perdiamo quando non andiamo a vedere un’opera originale? E per di più, il processo di falsificazione è così facile che basta cercare l’opera a cui siamo interessati su Google. Abbiamo invece fatto ricerche più approfondite sul fenomeno e il tipo di connotazione culturale, studiando le diverse opzioni per la realizzazione delle opere. Abbiamo contattato un paio di studi in Cina e abbiamo deciso per lo studio che sembrava essere il più appropriato tra quelli specializzati in arte moderna e contemporanea e che hanno una sorta di ‘standard museali’ pensando in prospettiva ad un pubblico che dovrà con qualche difficoltà riconoscere le opere replicate.
Ci sono un paio di punti che rendono la Cina interessante: prima di tutto la crescita di questa industria in Cina e in secondo luogo il fenomeno della copia artistica, anche e soprattutto di aspetti della cultura occidentale. A Dalian in Cina, per esempio, è stata ricreata la città di Venezia con tutte le sue caratteristiche. Immagino che sia un desiderio dei cinesi di viaggiare e di vedere luoghi finora solo sognati. Sicuramente in Cina l’approccio al concetto di copia è molto diverso dal nostro ed esiste una tradizione di pittura ad inchiostro da secoli. Penso che fare una copia di un’opera famosa è una forma di possesso e l’acquisto di una copia è il tentativo di avvicinarsi quanto più possibile all’originale.

F.M. Dulwich Picture Gallery ha pagato $ 120 (£ 79) uno studio in Cina per produrre una copia di un dipinto di un vecchio maestro, sfidando i visitatori a individuare il falso tra la sua collezione. L’’individuazione del falso solleva le domande su come vediamo, apprezziamo e valorizziamo l’arte. Esporre una copia alla Dulwich Gallery ci dà un’immagine precisa di una provenienza; crede che questo contesto possa ora cambiare il valore del dipinto?
S.N.L. Tutto questo concetto che la copia è in qualche modo inferiore all’originale non è forse un’idea moderna del tutto occidentale? Abbiamo tanti dipinti della nostra collezione che sono in realtà la copia o la versione proveniente dagli studi degli artisti e questo di certo non sminuisce il loro valore o il significato culturale. Quello che mi ha incuriosito nell’inviare un’immagine digitale a qualcuno dall’altra parte del mondo e’ che queste persone non hanno mai realmente visto il dipinto da vicino, e che, ricevendo una fotografia ad alta risoluzione, vedranno questa immagine completamente fuori da qualsiasi contesto. Penso che questo sia un altro elemento interessante da considerare. Questo accade se solo cerchiamo su Google un nome, introducendolo nel motore di ricerca si ottiene un’immagine senza il senso del suo contesto. Questa immagine è solo un’immagine fluttuante nello spazio estratta dal suo contesto, in qualche modo rappresentativa di un’idea postmoderna. Questo cambia forse la percezione di fronte ad un’opera d’arte? È una domanda che vale la pena chiedersi. In questo progetto il ruolo del museo d’arte è quasi di alchimista. Così decidendo di inserire delle copia nella galleria al posto degli originali, non diamo forse a quella particolare copia un nuovo inizio? Così facendo la copia non diventa forse un’opera d’arte di Doug Fishbone? O forse diventa un parte della documentazione della sua opera, della sua arte concettuale? E se Doug decidesse di vendere le copie, sarebbero vendute per più di 120 dollari?

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