Il 22 settembre 2015 Annka Kultys, dopo oltre 15 anni di presenza sul mercato come collezionista d’arte contemporanea, ha aperto la sua galleria nella East End londinese.

La prima mostra Desire of the Other contrassegna il punto di svolta a cui è giunta la sua carriera condividendo la sua prolungata osservazione di diversi comportamenti all’interno del collezionismo. Il discorso sviluppatosi attorno alla mostra offre spunti di riflessione su possedere, vivere con, mostrare e condividere oggetti d’arte e le idee che essi comunicano.

Maria Teresa Ortoleva: Come hai cominciato a collezionare?

Annka Kultys: Alcuni collezionisti prendono deliberatamente la decisione di diventare collezionisti e si rivolgono ad un consulente che li aiuti a costruire la loro collezione; altri invece semplicemente acquistano opere seguendo le gallerie e le fiere. Per me non è stata una scelta cosciente. Mi piaceva viaggiare per le città europee e vedere arte. Sono cresciuta in Svizzera, dove l’arte è “à portée de main” grazie alle molte gallerie, gli incredibili musei e soprattutto Art Basel, la fiera d’arte più importante al mondo. Ero solita visitare questi posti durante la maggior parte del mio tempo libero. Più guardavo opere d’arte e più cresceva il desiderio di acquistarne alcune. Ho cominciato a comprare opere che potevo appendere alle pareti del mio appartamento. Poi un giorno mi sono accorta che non avevo più spazio sulle mie pareti e ho immagazzinato una prima opera, poi una seconda… Credo che quello sia stato il momento in cui sono diventata una collezionista. Dopotutto non ho scelto l’arte. E’ l’arte che mi ha conquistata.

MTO: La tua collezione quindi è cresciuta nel tempo assieme alla tua passione?

AK: Assolutamente. E’ stata come una valanga, cominciando con il primo pezzo che ho comprato nel 2002, seguito a breve distanza da molti altri. Poco dopo ho conosciuto il mio partner e mi sono trasferita a Parigi. L’arte è diventata una passione condivisa tra noi e da allora abbiamo sempre visitato insieme gallerie, musei e fiere d’arte. Abbiamo assieme costruito la nostra collezione. La maggior parte dei pezzi in collezione è il frutto di una discussione tra noi, il che dà alla collezione una direzione molto interessante. Quando è nata nostra figlia, abbiamo cominciato a portarla con noi ad ogni mostra. Per noi anche la sua voce è importante.

  Cover image: Installation view of 'Desire of the Other', curated by Annka Kultys at Annka Kultys Gallery, London 2015. Photography by Lewis Ronald


Veduta dell’allestimento ‘Desire of the Other’, a cura di Annka Kultys, Annka Kultys Gallery, Londra 2015. Crediti fotografici Lewis Ronald

MTO: Poi hai curato alcune mostre a Parigi. L’idea di una tua galleria è cominciata da lì?

AK: Sì, è cominciata a Parigi. Il primo tentativo di realizzare questo sogno è stato a Parigi nel 2012. Lavoravo con una gallerista francese mia amica: io avevo la responsabilità curatoriale e di programmazione delle mostre, mentre lei amministrava e gestiva la galleria. Dopo le prime due mostre, però, io e il mio partner ci siamo trasferiti a Londra. Qui ho innanzitutto deciso di frequentare il Sotheby’s Insitute of Art e di fare un Master in Contemporary Art. Avevo visto così tanta arte contemporanea e ritenevo fosse diventato necessario acquisire una capacità di comprensione più strutturata, conoscere la teoria e sviluppare una mia posizione critica. Tuttavia, l’idea di avere una galleria mia mi è sempre rimasta in mente.

MTO: Era un desiderio?

AK: Sì, un desiderio! Il desiderio di condividere con gli altri la mia passione per l’arte. Il desiderio, attraverso una galleria mia, di offrire una piattaforma che metta in rapporto il mondo degli studi d’artista e quello dei collezionisti. Il desiderio di creare mercato attorno alle idee e impressioni del mondo uniche che gli artisti iscrivono nelle loro opere.

MTO: La tua galleria ha aperto nella East End, una zona ideale di Londra, vivace per la presenza di molte gallerie emergenti. La mostra inaugurale è stata molto breve,  densa di pensiero e con un gran numero di lavori di alto livello. Pensi che Desire of the Other sia stata una specie di dichiarazione?

AK: Desire of the Other, contava opere di artisti affermati ed emergenti, tra cui Frank Ammerlaan, Harold Ancart, Joe Bradley, Asia Dusong alias Monika, Theaster Gates, Adrian Ghenie, Mark Grotjahn, Thomas Hirschhorn, Thomas Houseago, Jacob Kassay, Oscar Murillo, Sherman Sam, Josh Smith, Valérie Snobeck, Oscar Tuazon, Frederik Vaerslev, Kaari Upson and Danh Võ. E’ stata una mostra molto importante per me, perchè riunisce non solo dei grandi artisti, ma anche le osservazioni che ho sviluppato sul mercato dell’arte fin dagli anni Novanta e, in particolare, il comportamento che ho visto nei collezionisti durante questo tempo.

La mostra, dunque, è sorta dall’unione delle mie osservazioni e dalla ricerca storica, esplorando i modi sorprendenti in cui i più eminenti collezionisti – come Eli and Edythe Broad, Bernardo Paz, François Pinnault, Donald and Mera Rubell, Charles Saatchi, and Guy and Myriam Ullens – promuovono artisti contemporanei e giovani artisti attraverso i loro musei privati. Le loro fondazioni sono diventate sempre più importanti, arrivando a competere per dimensione con i musei pubblici, promuovendo le loro collezioni private al pubblico. I musei privati, spesso più grandi dei loro equivalenti pubblici e immancabilmente progettati dai più famosi architetti (starchitects), sono diventati essi stessi degli statements e hanno avuto un impatto gigantesco sulle carriere degli artisti.

  Cover image: Installation view of 'Desire of the Other', curated by Annka Kultys at Annka Kultys Gallery, London 2015. Photography by Lewis Ronald


Veduta dell’allestimento, ‘Desire of the Other’, a cura di Annka Kultys, Annka Kultys Gallery, Londra 2015. Crediti fotografici Lewis Ronald

MTO: La mostra insisteva sulla parola “desiderio”, facendo riferimento a Jacques Lacan, e sottolineando il modo in cui alcuni collezionisti influenzano il comportamento degli altri.

AK: Ci sono due tipi diversi di desiderio in atto. La famosa citazione di Lacan è adatta ancora oggi a descrivere il comportamento dei collezionisti del XXI secolo. Il desiderio è formato da due elementi distinti. Da un lato, costruendo i loro musei privati, i collezionisti desiderano essere riconosciuti come collezionisti di spicco. D’altro canto, esponendo la propria rosa di artisti, questi collezionisti chiave alimentano negli altri collezionisti il desiderio di possedere le stesse opere, o, per lo meno, opere dei medesimi artisti.

MTO: C’è un tocco di leggera ironia nella decisione di mostrare accanto alle opere il film di Jacques Tati Mon Oncle (1958). A cosa aspirano i collezionisti quando vogliono vivere circondati da oggetti d’arte appropriati?

AK: Il film mostra due cognati con due diversi stili di vita. Uno è molto benestante e ostenta il suo benessere e gusto raffinato. L’altro, lo “Zio” del titolo, invece vive come un dandy, fa ciò che vuole e gode di una libertà che manca al primo. In un certo senso, il film rispecchia il comportamento di certi collezionisti. Come dicevo all’inizio, alcuni collezionisti decidono di diventare collezionisti e assumono il comportamento che credono essere consono; altri invece comprano ciò che il loro cuore gli suggerisce.

Quindi, c’è sì ironia nel mostrare il film, ma era anche una specie di specchio di ciò che succede nel mercato dell’arte e nella grandissima varietà di comportamenti da parte dei collezionisti: da quelli che collezionano per status, a quelli che mirano ad investire, a quelli che collezionano per passione.

MTO: Puoi parlarmi dell’opera Empty Bible?

AK: La mostra includeva anche quest’opera, fatta da un’artista emergente svizzera, Asia Dusong. E’ una Bibbia vuota: una vera Bibbia da cui l’artista ha rimosso la parola stampata da ciascuna pagina, lasciando solo un vuoto al centro del lavoro. L’ho aggiunta alla mostra perché, secondo me, una Bibbia senza testo riflette il comportamento dei collezionisti quando questi comprano arte semplicemente per immagazzinarla e rivenderla (flipping). Allora l’opera d’arte diventa vuota. Per il collezionista, il significato dell’opera è perduto, il processo non importa – diventa un mero oggetto. Per enfatizzare questo comportamento, ho anche aggiunto in mostra un’opera imballata, senza appenderla. Giaceva sul pavimento della galleria, ancora nella sua cassa, con tanto di marchio, dopo essere arrivata direttamente dal magazzino di un’importante casa d’asta.

  Cover image: Installation view of 'Desire of the Other', curated by Annka Kultys at Annka Kultys Gallery, London 2015. Photography by Lewis Ronald


Veduta dell’allestimento ‘Desire of the Other’, a cura di Annka Kultys, Annka Kultys Gallery, London 2015. Crediti fotografici Lewis Ronald

MTO: E rispetto alla tua passione per Oscar Murillo, anch’egli presente nella mostra?

AK: Ho scoperto il suo lavoro nel 2011 in una collettiva alla Nicodim Gallery a Los Angeles. Mi fece un’ottima prima impressione e comprai un quadro. Poi, più avanti quello stesso anno, ho visto il suo lavoro al NADA, allo stand di Francois Ghebaly, e ho incontrato Oscar per la prima volta. Da allora ho visto quasi tutte le sue mostre. Al Sotheby’s Institute ho approfondito il mio interesse per il suo lavoro con un’estesa ricerca e una tesi scritta sulla sua pratica artistica.

Ciò che trovo veramente interessante del suo lavoro è che i visitatori possono toccare, piegare e dispiegare le sue tele e perfino camminarci sopra! Dà una sensazione meravigliosa. Le sue tele mi ricordano Carl Andre, famoso per le sue sculture d’acciaio su cui si poteva camminare. Murillo ha avuto l’idea di camminare sulle tele e questo non era mai successo prima nella storia dell’arte. La gente è ancora riluttante a farlo. Va contro l’istinto umano.

Le sue tele sono sempre sul pavimento, sia nel suo studio che negli spazi espositivi. Nello studio sono lì per proteggere le sue ginocchia mentre dipinge; negli spazi espositivi i visitatori vi camminano sopra. In questa accezione diventano delle opere partecipative, coinvolgendo i visitatori nel processo. Quando le tele hanno raccolto polvere e sporco, sono pronte per essere dipinte e cucite dall’artista. Oscar è meglio conosciuto per le sue grandi tele astratte e colorate, spesso con parole scritte come “milk” e “pollo”. Comunque, la sua estesa pratica – che abbraccia il video, la performance, l’estetica relazionale ed l’installazione coinvolgendo processi industriali – è molto più complessa e questo rende la sua arte grandiosa e irresistibile.

MTO: Oscar Murillo si inserisce in più punti della nostra conversazione. Si presta come esempio di un artista lanciato da collezionisti privati. E’ qualcuno il cui lavoro è febbrilmente oggetto del desiderio dei collezionisti. Per te, è qualcuno a cui ti sei avvicinata, hai studiato e incluso nella tua collezione attratta da una passione. Prenderlo in considerazione offre un assaggio della complessità di desideri in gioco nel mercato dell’arte. Infine, Desire of the Other dà forma a tanta della tua esperienza, passione e studio, con forte personalità. Come intendi la posizione di autorialità che hai avuto nel tuo nuovo ruolo di gallerista?

AK: Direi che Desire of the Other è stato un progetto curatoriale che ha portato  insieme idee tratte da un decennio di osservazioni sulle dinamiche del collezionismo. E’ un commentario su ciò che ho osservato circa il mercato dell’arte e la crescente importanza di nuovi collezionisti che promuovono gli artisti in modi inaspettati. Forse, questa prima mostra conclude davvero un capitolo della mia vita condotto da attiva osservatrice e introduce un nuovo episodio in qualità di gallerista, rappresentando attivamente gli artisti, promuovendo le loro opere e vendendo alla crescente diversità di nuovi collezionisti d’arte.

Maria Teresa Ortoleva

www.annkakultys.com/

 

Cover image: Veduta dell’allestimento ‘Desire of the Other’, a cura di Annka Kultys, Annka Kultys Gallery, Londra 2015. Crediti fotografici Lewis Ronald

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