Il possesso è “il rapporto più profondo che si può avere con le cose”, scriveva la celebre scrittrice tedesca Hannah Arendt.

L’impulso e l’orgoglio della raccolta, interpretabile come piacere del possesso, di catalogare non solo le cose ma anche la memoria e l’esperienza di esse, palesano un insopprimibile istinto vitale. La stessa vitalità che contraddistingue Fabio Castelli, imprenditore e collezionista, ideatore e direttore artistico di MIA – Milan Image Art Fair, la fiera della fotografia che per la sua quarta edizione ha contato a Milano 20.000 visitatori e che il prossimo autunno sbarcherà a Singapore (23-26 ottobre). Successo che confermata la felice intuizione che ha contraddistinto la formula della fiera sin dalla prima edizione: un solo artista per stand e un catalogo per ogni artista. L’edizione 2014 ha previsto inoltre un’attenzione particolare agli archivi, attraverso la presentazione della seconda edizione del riconoscimento che seleziona la più meritevole istituzione archivistica italiana dedicata alla fotografia, premio ideato da IO donna in collaborazione con MIA Fair e il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, con il sostegno di Eberhard & Co. Un premio rivolto agli archivi privati di autori italiani, spesso oggi dimenticati, il cui lavoro rappresenta un patrimonio di rilevanza artistica e di grande valore documentario. Abbiamo incontrato Fabio Castelli, che racconta ai lettori di MyTemplArt Magazine il suo percorso di collezionista e operatore culturale di rilievo nel sistema dell’arte contemporanea.

Fabio Castelli, ph. A. Lo Priore, MyTemplArt Magazine

Fabio Castelli, ph. A. Lo Priore

Deianira Amico: Vorremmo iniziare questa intervista indagando il suo profilo di collezionista. Quando e perché ha cominciato a collezionare?
Fabio Castelli: Ho iniziato a collezionare a poco più di 20 anni d’età, principalmente pittura. Affinandosi il gusto nasceva in me l’esigenza di andare verso autori più importanti. Il discorso della qualità era per me al primo posto. Il mio interesse ha cominciato a rivolgersi all’incisione, intesa non come sottoprodotto, in quanto vengono realizzate più copie dalla stessa matrice, ma come linguaggio autonomo ed avente possibilità espressive uniche. Dagli incunaboli rinascimentali fino al contemporaneo, per me collezionare era percorrere attraverso un excursus tutta la storia dell’arte. Quando mi sono imbattuto nella scuola di Barbizon ho poi incontrato il cliché-verre, una tecnica a metà fra incisione e stampa fotografica, poiché è la luce ad impressionare la carta fotosensibile, quindi mi sono avvicinato alla fotografia. Come avvenuto per l’incisione, ne ho percorso la storia attraverso la pratica di collezionista, ampliando la mia raccolta dai dagherrotipi alla fotografia contemporanea. Il collezionismo è sempre stato per me un mezzo per conoscere.

D.A:Da quante opere è composta la sua collezione e come è catalogata e conservata?
F.C: Sono moltissime opere. Tra le opere grafiche ricordo Il San Gerolamo nella cella di Durer ed i cliché-verre di Corot; tra le fotografie Man Ray, Ghirri, Horst, Kentridge… ogni opera ha una sua scheda in forma cartacea e digitale, aggiornata con i valori nei casi in cui l’autore passi in asta.

D.A: Qual è, secondo lei, il ruolo del collezionista nel sistema dell’arte contemporanea e dell’archivio di opere che conserva?
F.C: Al collezionista è affidata la conservazione delle opere, aspetto fondamentale. Si tratta di un affidamento per la società e per i posteri. Collezionare, ben oltre l’aspetto egoistico di investimento,  è a mio avviso una pratica che deve contribuire alla diffusione di conoscenza.

Horst P. Horst, Naked, 1982-1989, platinum print on canvas, 50.5 x 50.5 cm, edition 15

Horst P. Horst, Nudo, 1982-1989, stampa al platino su tela, 50.5 x 50.5 cm, edizione 15, collezione Fabio Castelli

D.A: Qual è il suo rapporto con le case d’asta e le gallerie? A chi si è rivolto, e si rivolge, per l’acquisto delle opere?
F.C: Ho comprato sia da case d’asta che da gallerie, in particolare Photology, la Galleria 291 di Palazzoli e quella di Lanfranco Colombo, Il Diaframma, di via Brera. Ma ho comprato anche molto direttamente dagli artisti, da Basilico a Fontana, con cui avevo rapporti personali di stima ed amicizia.

D.A: Che relazione ha con le istituzioni? Come collezionista ha l’ambizione che le sue opere entrino a far parte di una collezione pubblica?
F.C: Finché non vedo una collaborazione fra pubblico e privato positiva e soprattutto finché il pubblico continua ad ignorare le enormi potenzialità del settore culturale, questa possibilità mi sembra molto difficile. Ho avuto uno scambio con il Ministero in merito al diritto di prelazione esercitato a seguito della mia volontà di vendere una serie fotografica, che superati i 50 anni,era legata al diritto di prelazione statale. Le serie è stata acquisita, a prezzo di molto inferiore rispetto a quello di mercato, per essere esposta presso il Museo di Cinisello Balsamo. Da tempo è nei depositi; ho scritto al Ministero per informarmi della sua sorte, senza risposta.

D.A: Si è mai imbattuto in problemi relativi a falsi o autentiche e come ritiene che si debbano affrontare?
F.C: Il problema della fotografia è relativo alle edizioni. Se tutti gli operatori nel mondo della fotografia conoscessero le regole del gioco e quali caratteristiche dovrebbe avere la fotografia per essere nel mondo del mercato, il mercato sarebbe chiaro ed affidabile. Il fatto che gli operatori non si attengano a queste regole credendo di fare il loro interesse, crea un problema soprattutto a quegli artisti contemporanei che lavorano attraverso il mezzo fotografico per la realizzazione di opere uniche.

D.A:Quali dovrebbero essere i principi di autentica condivisi?

F.C: Prima di tutto rigore d’attenzione sulle edizioni, che devono essere chiaramente espresse sottolineando, se esistenti, le prove d’autore e numerando in un unico modo le immagini, anche se sono state prodotte in dimensioni diverse. La pratica di fare più edizioni della stessa fotografia con dimensioni diverse non giova al mercato; meglio essere chiari, indicando nel caso l’open edition di una fotografia, come fanno artisti di altissimo livello come Bresson, Gardin e Nino Migliori, ad esempio. Anche gli artisti, ovviamente, devo fare più attenzione a segnalare nella didascalia le edizioni della fotografia.

 

Luigi Ghirri, Untitled, Cardboard Landscapes, 1971–74, 1971, chromogenic print, print curated by the author on Kodak paper, 14,5X20,5 cm (Image)

Luigi Ghirri, Senza titolo (Paesaggi di Cartone), 1971–74, 1971, stampa cromogenica, stampa curata dall’autore su carta Kodak, 14,5X20,5 cm, collezione Fabio Castelli

D.A: Da collezionista, come sta vedendo cambiare o trasformarsi il mercato della fotografia e della video arte in questi ultimi tempi?
F.C: La fotografia è un mezzo che oggi ha molto riscontro. A gennaio alla gestione MIA è stata affidata la curatela della sezione ad Arte Fiera Bologna dedicata alla gallerie di fotografia, segno che il mercato è in aumento e che èpossibile arginare il fenomeno tipicamente italiano della considerazione di tutto ciò che non è opera unica come sottoprodotto.  Il successo della fotografia deriva forse dalla tecnica stessa, dove confluiscono due culture, quella classica di Ghirri e Giacomelli, ad esempio, e quella degli artisti che utilizzano la fotografia come linguaggio espressivo nell’arte contemporanea. Di per sé è un mezzo artistico che non rende distante la forma artistica, come avviene per il virtuosismo del saper fare delle tecniche tradizionali, ma avvicina lo spettatore. Inoltre la crisi ha indotto molti collezionisti ad avvicinarsi alla fotografia. Il mercato oggi è all’inizio ed alla fine di ogni collezione; la fotografia permette un più facile accesso e lettura nonché comprensione del suo valore economico.  Il collezionista contemporaneo non può esimersi dall’acquistare anche fotografia. Per la video arte la situazione è più complessa, sia per il condizionamento dovuto alle modalità di allestimento sia perché oggi siamo abituati alla velocità, non avvezzi ad una fruizione delle opere che implichi una durata specifica. Guardo con molto interesse a quegli artisti che lavorano con la video arte per realizzare opere che rappresentano spostamenti minimi di immagine, a cavallo tra video e fotografia.

MIA art fair, Milan, ph.M. Tarantini

MIA art fair, Milano, ph.M. Tarantini

D.A: Quest’anno MIA arriva a Singapore. Come mai la scelta di questa città?
F.C: La scelta non è casuale, la lotta con Hong Kong è stata dura, ma Singapore è una città in cui si stanno facendo molti investimenti sull’arte. È inoltre un’area geografica molto creativa, localizzata tra Korea, Vietnam e Giappone, luoghi dalla cultura visuale ampissima e dalla grande apertura alla cultura occidentale. A Singapore presenteremo MIA & D, dove la lettera D sta per design. Siamo convinti che arte e design si rivolgano ad un pubblico dal target socio culturale comune. Vogliamo proporre un’integrazione tra le due arti, senza ghettizzare il design come è successo quest’anno  a MiArt.

 

 

http://www.miafair.it/

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