Una mostra di recente conclusasi nello spazio espositivo della Sotheby’s a Milano e una personale presso la Galleria A Palazzo di Brescia, entrambe curate da Elena Re, la quale è anche curatore scientifico dell’archivio, hanno contribuito a illustrare in maniera esaustiva la carriera artistica di un interessante esponente della Body Art: Giorgio Ciam.

Giorgio Ciam (1941-1996) nasce a Pont-Saint-Martin (Aosta) e si trasferisce giovanissimonella Torino più che mai fervente di stimoli degli anni ’60,quelli delle gallerie Gian Enzo Sperone, Christian Stein,delle memorabili performance di Gina Pane da Franz Paludetto. Fin dai primi momenti della sua carriera intraprende una ricerca costante e quasi ossessiva di se stesso, un’analisi dell’essere in relazione al tempo e alla memoria. Il suo è un percorso fatto di fasi formali che si succedono in modo coerente e in cui l’interrogazione parte spesso dal volto. L’autoritratto è infatti un soggetto che ritroveremo sempre,da quelli dei primi anni ’70, come Autoritratto (1975),a quelli di fine carriera come Oltre me stesso del 1996.

Giorgio Ciam, Autoritratto, 1975, fotografia a colori, 50 x 42 cm, Collezione privata, Rivoli, Courtesy Archivio Giorgio Ciam

Giorgio Ciam, Autoritratto, 1975, fotografia a colori, 50 x 42 cm, Collezione privata, Rivoli, Courtesy Archivio Giorgio Ciam

Il medium di riferimento di Ciam è la fotografia, la quale è sempre strumentale all’ottenimento di un esito differente raggiunto mediante una serie di interventi al limite del performativo. Ciam lotterà infatti con la staticità del mezzo fotografico durante tutto il suo percorso, giustapponendo all’interno dello stesso lavoro autoritratti in movimento e istantanee da performance.

Protagonista dei suoi lavori, oltre all’artista stesso, è l’alterità,intesa sia come soggetto che come concetto,che si traduce spesso in processi di combinazione e giustapposizione identitaria. In Tentativo di arricchire la personalità di Ciam (1972) l’artista sostituisce ai tratti del proprio volto diversi particolari di altri artisti –lavorando su barba, capelli e sopracciglia –in un risultato da Photoshop ante litteram.

Giorgio Ciam, Oltre me stesso, 1996, fotografia a colori, 120.5 x 88.5 cm, Collezione privata, Torino, Courtesy Archivio Giorgio Ciam

Giorgio Ciam, Oltre me stesso, 1996, fotografia a colori, 120.5 x 88.5 cm, Collezione privata, Torino, Courtesy Archivio Giorgio Ciam

L’impressione è che l’artista desideri contemporaneamente osservare e trasmigrare in qualcun altro, con l’obiettivo di recuperare una dimensione del tempo e dello spazio a sua misura. Un’esperienza al confine con la psicanalisi che trova riscontro nelle teorie cognitiviste che andavano via via diffondendosi dalla seconda metà degli anni ’60; a questo proposito l’esempio di Sei momenti per un autoritratto(1976) è significativo. Quelli erano anche gli anni in cui si veniva a conoscenza dei famosi Scritti (1966) di Jaques Lacan relativi alla Fase dello Specchio, teoria secondo la quale l’individuo inizia a costruire la propria identità nel momento in cui riconosce la propria figura riflessa. Nel caso di Ciam siamo a una fase di riscoperta profonda dell’animo umano, e l’esito può essere scioccante: l’immagine riflessa non basta più, anzi spesso scompaiono volti e caratterizzazioni fisiche. Si veda in questo caso Gli uomini neri(1970) – opera intorno alla quale venne realizzata successivamente una performance alla Galleria Christian Stein –dove troviamo quattro individui i cui visi e le cui mani, in quanto elementi identificatori, sono cancellati dall’artista con macchie nere di colore.

Le opere di Ciam sono metafore dello specchio, restituiscono un’immagine personale mutabile, esse non esprimono superficiale compiacimento ma il suo esatto contrario: l’immagine distorta spoglia l’apparenza scavando nell’inconscio.

Si palesa lavolontà di ricostruire e ridefinire la propria identità per mezzo dell’osservazione del sé deformatoo accostato a qualcun altro. Come precisa Elena Re, “il lavoro di Ciam è solo in apparenza autoreferenziale”, e potremmo anche definirloeterotelico: la conoscenza ontologica passa la relazione tra se stesso e tutto ciò che ritiene appartenere alla propria sfera umana e culturale di influenza.Questo è lampante nella rappresentazione reiterata del figlio, figura in cui il processo diidentificazione differenziante ha per natura la sua massima evidenza, e chericorre in molti dei suoi lavori come in Studio per ritratto del 1977.

Gli interventi pittorici che vediamo in opere come Autoritratti (1980) non sono manipolazioni volte a ottenere un risultato estetico, si tratta piuttosto di una ricerca di qualcosa di sotteso, un coprire per scoprire; e in questo il percorso di indagine di Ciam non ha mai perso la sua coerenza:evolve lo stile e cambiano le soluzioni formali, ma il proposito è sempre stato quello di ritrovare se stesso nell’ambito relazionale.

Tutta l’opera di Ciam è, nelle parole di Elena Re “un lavoro vero, profondo e pieno di contemporaneità”, una contemporaneità disarmante in cui la realtà si fonde con la rappresentazione dell’io dell’artista in relazione, e in reazione, all’esterno.

Ilaria Carvani

 

Cover: Giorgio Ciam, Autoritratti, 1980, fotografia in bianco e nero con intervento, 98.7 x 98.7cm, Collezione privata, Verona, Courtesy Archivio Giorgio Ciam

 

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