4976 musei, aree archeologiche e monumenti, 1 ogni 12.000 abitanti: il patrimonio italiano è noto per la straordinaria ricchezza, ma rivela un potenziale di attrattività non ancora valorizzato. I trend negli incassi e negli ingressi sono positivi, ma nessun museo appare tra i 10 più visitati al mondo, uno su tre ha meno di 1000 visitatori l’anno e il 70% degli italiani non li visita. Queste alcune delle evidenze presentate il 19 gennaio presso il Piccolo Teatro Grassi di Milano dalla prima edizione dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano.

Dalla classifica Istat dei servizi digitali più utilizzati nel 2015 dai musei, i primi tre risultano dedicati alla comunicazione. Il sito web ottiene il primo posto: è adottato dal 57% dei musei; in seconda posizione si attestano gli account sui social network Facebook, Twitter, Instagram (41%) mentre la newsletter è terza (25%). I servizi dedicati alle collezioni seguono con percentuali più ridotte: ai piedi del podio si attestano gli allestimenti interattivi o le ricostruzioni virtuali, adottati dal 20% dei musei, e la connessione wi-fi gratuita, offerta dal 19%. QR code, servizi di prossimità, catalogo accessibile online o visita virtuale del museo dal sito web hanno tutte un’adozione tra il 13 e il 14%.

Catalogazione, biglietteria e sistemi gestionali sono gli ambiti in cui le istituzioni hanno avviato progetti di medio-lungo periodo. Queste soluzioni, oltre ad avere riflessi importanti sul fronte gestionale, hanno potenzialmente un impatto rilevante per il pubblico. Si prenda ad esempio la catalogazione: la digitalizzazione dei documenti è ciò che consente agli utenti di poter fruire del patrimonio anche da remoto e consentirà alle future generazioni la continuità dello stesso.

Dunque, l’innovazione digitale può costituire per le istituzioni culturali un grande alleato, un primario fattore abilitante in grado di influire sui processi interni, aumentando l’efficienza e l’efficacia gestionale, nonché la capacità di reperire risorse; proporre nuovi paradigmi di fruizione delle opere, attraverso linguaggi e strumenti che vadano incontro alle esigenze di un pubblico sempre più “digitale” ed esigente; migliorare l’efficacia dell’attività di comunicazione e promozione, favorendo la partecipazione non sporadica di fasce più ampie di pubblico e l’inclusione sociale; favorire la conservazione e la disponibilità nello spazio e nel tempo del patrimonio culturale tangibile e intangibile, attraverso azioni di digitalizzazione e restituzione online delle opere.

 

L’Osservatorio ha condotto un’indagine su un campione di 476 musei italiani, pari a circa il 10% dei musei aperti al pubblico nel 2015: per ciascun museo è stata rilevata la presenza di un sito web e le sue funzionalità, la disponibilità di applicazioni, la presenza sui social network, su TripAdvisor e su Wikipedia. Inoltre è stata condotta un’analisi sugli account ufficiali di 125 musei italiani, presenti su Facebook, Twitter e/o Instagram, nel periodo Giugno 2016 – Novembre 2016, con l’obiettivo di scattare una fotografia della presenza online e social dei musei italiani, di individuare i servizi più implementati dai musei nel proprio sito web e di misurare il riscontro presso il pubblico delle attività social dei musei nei propri account ufficiali (tramite indicatori di reach e engagement).
Considerando i musei che hanno un sito web (57% del totale) è emerso come non sempre esso sia costruito in modo da facilitare l’utente nell’interazione con i suoi contenuti. Partendo dalla home page, ad esempio, sono presenti delle chiare call to action rispetto alla biglietteria online solo nel 21% dei casi e all’accesso ai profili social nel 51%.
La traduzione in lingue straniere (principalmente l’inglese) è disponibile solo nel 54% dei casi e i contenuti solo nel 20% sono indirizzati a particolari categorie di utenti (famiglie, disabili, gruppi, etc.). I numeri sono ancora più piccoli quando si indaga la presenza di servizi più avanzati come la possibilità di acquistare online merchandising o materiale legato al museo (6% dei casi), effettuare donazioni (anche in questo caso 6% e per il 70% si tratta di musei privati) e crowdfunding (1%).

Per quanto riguarda la presenza sui social network, solamente il 13% è presente su tutti e tre i social più diffusi (Facebook, Twitter, Instagram); interessante anche notare che il 10% dei musei che non hanno un sito Internet è però attivo su Facebook.
Inoltre, analizzando i messaggi postati si nota che la maggior parte di essi è di natura promozionale, riguarda la segnalazione di eventi o accoglienza (orari di apertura e promozioni sugli ingressi). Molto apprezzate sono, però, le rubriche in cui vengono proposte opere del museo o racconti di storie che ruotano intorno ad esse, ad esempio su particolari personaggi: solo chi offre contenuti di valore sulle opere esposte e sulle storie che ruotano attorno ad esse, infatti, riesce a creare engagement.

Questo dimostra come l’integrazione del digitale sia parzialmente assente nella strategia e nella pianificazione della programmazione museale e come non ci sia ancora un soddisfacente adeguamento delle professionalità che fungono da ponte tra tradizione e innovazione: hanno competenze scientifiche o curatoriali ma integrate con l’acquisizione di conoscenze digitali avanzate. Tale “ibridizzazione” permette di fare scelte consapevoli che toccano la funzione del museo nel profondo.

 

Le sfide per il futuro
“È emerso dall’analisi un panorama di istituzioni culturali in fermento, che cerca la via per l’innovazione per superare le criticità e sperimentare nuove modalità di mediazione, spesso abilitate dal digitale”, conclude Michela Arnaboldi. “La prima sfida è legata alle risorse umane e alle competenze: le istituzioni culturali devono dotarsi di figure nuove, ibride, che diventino interpreti “digitali” del patrimonio, ossia di persone che conoscano il patrimonio, il suo valore, ma che al contempo siano in grado di valutare le opportunità offerte dal digitale. La seconda sarà rendere i progetti innovativi sostenibili economicamente sul medio e lungo periodo, magari attraverso nuovi modelli di business in grado di trarre risorse finanziarie proprio dai servizi abilitati dalla tecnologia. Un ambito su cui riflettere e investigare è infine il valore per il territorio, non ridotto alle misure più tradizionali di indotto economico, ma esteso alla funzione che le organizzazioni culturali possono avere per rivitalizzare aree dimenticate, o come luogo di confronto per i cittadini nuovi e vecchi.”

L’edizione 2016 dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali è realizzata con il supporto di Cineca, Compagnia di San Paolo, Dedagroup, Fluxedo, Fondazione Cariplo, MyTemplArt, Vidiemme Consulting; Italvideo Service, TicketOne Sistemi Culturali; Alsaro, Apptripper; Sipario Portal; Camera di Commercio di Milano.

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