Helen Trompeteler è  una curatrice e scrittrice londinese. E’ co-curatrice della mostra Audrey Hepburn: Portraits of an Icon  e precedentemente assistente curatrice della mostra sui Ritratti di Man Ray (2013).

Helen scrive di  fotografia su diverse pubblicazioni. Abbiamo parlato con lei dei suoi progetti, interessi ed il ruolo come curatrice alla National Portrait Gallery.

Francesca Marcaccio: Potresti raccontarci un po’ di te e del tuo precedente lavoro prima di assumere il ruolo attuale alla Nationa Portrait Gallery?

Helen Trompeteler: Sono cresciuta circondata dalla fotografia poichè mio padre era fotografo e insegnante ed ho imparato molto da lui. Mentre mi stavo laureando ho lavorato per l’agenzia fotografica Retna, nel ruolo di ricercatrice iconografica per i clienti dell’agenzia e anche di coordinatrice dei rapporti  con i fotografi, a volte anche commissionando loro nuovi lavori.

Ho iniziato a lavorare alla NPG nel 2002 come Picture Librarian. Dopo aver lavorato come ricercatrice iconografica e nell’ambito della licenza delle immagini per sette anni, volevo spostarmi in un settore più creativo e di ricerca nell’ambito fotografico.

Ho un master in Studi Museali e poi ho lavorato come volontaria nell’organizzazione di  mostre prima di ricevere il mio attuale incarico nel 2009.

F.M: Vorrei sapere di più della tua metodologia. Che tipo di strategie metti in campo per cercare la giusta traduzione estetica della tua ricerca e come affronti il rapporto tra l’aspetto pratico e  la parte di ricerca più teorica?

H.T: La ricerca è incredibilmente importante per me, ma la gioia della ricerca è anche essere poi in grado di condividere le mie scoperte e conoscenze con i molteplici visitatori della Galleria. Il miglior modo do tradurla è grazie al design, anche se le diverse tipologie di interpretazione vengono dall’esperienza, sia dai successi ma soprattutto imparando dai propri errori.

L’esplorazione e la sfida attraverso diverse modalità di interazione del pubblico con le opere d’arte sono sempre state centrali nella mia pratica curatoriale sin dalla tesi di Master, che esplorava proprio l’esperienza del pubblico nei confronti dell’arte contemporanea.

Lavoro insieme ai miei colleghi del Dipartimento del Design, Educazione e della Stampa per trovare il modo migliore di comunicare la nuova ricerca e le diverse narrative di una mostra rispettando i vari programmi della Galleria e non soltanto in visione della produzione fisica della mostra nella galleria.

F.M: Come curatore della National Portrait Gallery  avrai l’occasione di stare a contatto con  le collezioni di fotografia. Negli ultimi anni ho l’impressione che ci sia  stato un notevole aumento delle collezioni di fotografia nei musei. Come giustifichi questo fenomeno?

H.T: Questa percezione che la fotografia stia diventando sempre più importante e presente nei musei britannici è un fenomeno completamente nuovo. In parte è dovuto alle nuove cariche, come ad esempio la Tate che alla fine del 2009 ha nominato il suo primo curatore di fotografia, così facendo i musei hanno aperto le loro collezioni, includendo anche la digitalizzazione delle opere d’arte e i social media. In ogni caso, la fotografia ricopre da decadi un ruolo centrale nelle collezioni dei musei, per esempio il Dipartimento di fotografia della National Portrait Gallery è stato fondato nel 1972, dopo il gran successo della mostra di Beaton. Questa mostra è stata la prima retrospettiva del lavoro di un artista vivente ad essere ospitata in un museo nazionale in Gran Bretagna e ha davvero cambiato la percezione del ruolo della fotografia nei musei.

Penso davvero che la popolarità della fotografia nei musei sia dovuta al fatto che, rispetto ad altre forme artistiche, la fotografia sia molto diffusa e ricopre ogni singolo aspetto delle nostre vite. Per la generazione più giovane, l’atto di scattare delle fotografie è naturale e parte istintiva del linguaggio visivo.

La fotografia è un mezzo democratico senza precedenti che ha un grandissimo potenziale di coinvolgimento nel contesto museale.

Nonostante la sua popolarità, ci sono considerazioni più complesse su cui riflettere.

In un clima di continui tagli al settore artistico c’e’ una certa pressione per la produzione di mostre che portino guadagno, che attirino sempre più visitatori, pur mantenendo un alto impegno critico. Ritengo che i curatori oggi debbano imparare a bilanciare la ricerca continua, sullo sfondo di questo difficile contesto, con molta più attenzione.

Snowdon: A Life in View installation, by Tori Miller © National Portrait Gallery, London

Snowdon: A Life in View installation, by Tori Miller © National Portrait Gallery, London

 

F.M: Qual è la politica di acquisizione della National Portrait Gallery delle nuove opere fotografiche della collezione? Quale è il tuo ruolo in questo processo?

H.T: La National Portrait Gallery acquisisce le fotografie in base alla sua area di competenza, che è di collezionare ritratti che raffigurino gli uomini e le donne che hanno contribuito nel passato e nel presente alla storia e alla cultura inglese. Questo filone caratterizza tutta la nostra collezione, insieme ad un secondo obiettivo che è di continuare a costruire una collezione che favorisca la ricerca della storia della ritrattistica. La maggior parte dei musei pubblica le regole per le acquisizioni online, e mi piacerebbe dare un consiglio agli artisti che vogliono donare una loro opera alla Galleria di consultare tali regole prima di tentare un qualsiasi approccio in modo da capire le priorità di tale istituzione. Tutte le opere donate alla collezione vengono discusse nei meeting curatoriali. Insieme ai colleghi, il mio ruolo in questo processo è di fare una ricerca sulle proposte che sono state prese in considerazione, di contribuire alla revisione delle discussioni e di continuare a mantenere delle relazioni professionali a lungo termine con i fotografi e i collezionisti. Inoltre, ho un ruolo attivo in una comunità che include anche i neolaureati in fotografia che mi consentono di scoprire continuamente nuovi talenti che potrebbero essere rilevanti per la nostra Galleria.

F.M: Quali sono le tendenze che trovi interessanti in questo momento?

H.T: La fotografia ha delle caratteristiche specifiche e una storia ben precisa e credo che i musei abbiano bisogno di dipartimenti più specialistici. Al momento mi interessa venire a contatto con alcuni artisti e progetti che hanno un carattere multidisplinare. I musei sono sempre più interessati alla ricerca di opere che esplorano e utilizzano diversi mezzi e supporti sia nella presentazione che nell’esposizione e trovo che le narrative che ne emergono siano particolarmente affascinanti. Penso che i musei stiano iniziando a guardare alla fotografia non solo come oggetto. Le sfide su come presentare, conservare e esporre le opere time-based o i networked media sono ancora molte ed è ancora un’area in via di sviluppo.

Mi piacciono i progetti che utilizzano la fotografia vernacolare e gli oggetti trovati, come ad esempio la mostra e la pubblicazione di Regine Peterson Find a Fallen Star.

Inoltre non vedo l’ora di vedere il libro di David Campany A Handful of Dust, che si ispira alla fotografia di Man Ray del 1920 basata sull’opera scultorea il Grande Vetro di Marcel Duchamp.

Photocaptionist sta inoltre producendo un lavoro molto interessante che esamina l’interazione tra la fotografia, la finzione, le immagini e le parole. Solitamente scopro nuovi lavori seguendo delle piccole case editrici indipendenti e le auto pubblicazioni che stanno in qualche modo rivoluzionando i progetti fotografici, ben lontani dal contesto tradizionale  delle gallerie commerciali e dei musei.

La proliferazione di massa delle immagini digitali nel web ha anche portato ad un rinato interesse per l’utilizzo di tecniche storiche che trovo molto interessante. Mi piacciono molto i lavori dei fotografi contemporanei che utilizzano metodi tradizionali come il ferrotipo o procedimenti al collodio, ad esempio il progetto Dreamland di Rob Ball o il progetto di Melanie King con il London Alternative Photography Collective.

F.M: Al momento alla National Portrait Gallery è visitabile la mostra  Snowdon: A Life in View che celebra la vita e l’opera di Lord Snowdon. Puoi parlarci di questo progetto?

H.T: La National Portrait Gallery ha goduto per un lungo periodo del rapporto con Lord Snowdon e ha organizzato una retrospettiva del suo lavoro nel 2000. Nel 2013 la Galleria ha aperto un dialogo con la figlia del fotografo Frances von Hofmannsthal sull’acquisto di una nuova selezione di opere di Snowdon per la sua collezione. Questa esposizione è il culmine di un processo di collaborazione e celebra la sostanziosa donazione di 130 stampe del fotografo alla galleria, mettendo così in risalto il nostro interesse per la sua opera.

Spesso ricordato da un vasto pubblico come fotografo di corte a seguito del suo matrimonio con la Principessa Margherita nel 1960, nel curare questa mostra ho voluto mettere in evidenza, esaltandola ,la grande varietà dei suoi lavori.

Considerati con grande cura i diversi generi di fotografie da lui realizzati che riflettono diversi aspetti della sua carriera, il teatro, la moda, i ritratti dei letterati fino ad una sezione speciale dedicata alla serie Private View, un esame visivo realizzato da Snowdon del mondo artistico britannico, pubblicato nel 1965 con John Russell e Bryan Robertson.

Spero che questa piccola mostra riesca a suggerire come Snowdon influenzò e animò diversi generi della fotografia dagli anni cinquanta ad oggi, oltre a mostrare la sua superba abilità di rivelare molto delle personalità dei suoi soggetti. Più in generale, nella maggior parte del mio lavoro persiste una tensione nel riesaminare le reputazioni di un autore, esaminando il significato del lavoro di un fotografo e il suo contributo alla storia della fotografia.

Francesca Marcaccio

 

Cover image: Michael Peto Photographs: Mandela to McCartney installation

Questo articolo è disponibile anche in Inglese