Andrea Bruciati, critico d’arte e curatore con esperienza decennale nella direzione di musei, è oggi direttore artistico della fiera di Verona, manifestazione che ambisce a collocarsi competitivamente nel panorama fieristico italiano ed internazionale

Un forte segnale di maturazione è l’acquisizione di ArtVerona da parte dell’Ente Fiera e l’assegnazione – in collaborazione con Fondazione Domus – di un budget di 100.000 euro per nuove acquisizioni, dei quali 60.000 euro destinati all’arte moderna e 40.000 all’arte contemporanea.
«Un segnale molto forte di investimento nei confronti del progetto – commenta Andrea Bruciati – che pone Verona come fiera matura e competitiva rispetto ad altre realtà europee».
Si attendono oltre 10.000 visitatori, attratti anche da un tessuto connettivo di eventi culturali che coinvolgono l’intera città; fra questi un progetto virale di videoarte che interessa le sedi della Biblioteca Comunale, dell’Università, dell’Accademia e del Museo di Castelvecchio.
«Credo che la fiera – afferma Bruciati – debba essere connessa con il resto della realtà scaligera come motore propulsivo di aggiornamento».
Poniamo al critico alcune domande sulle specificità e i contenuti della sua direzione artistica.

Andrea Bruciati, direttore artistico ArtVerona

Andrea Bruciati, direttore artistico ArtVerona

Deianira Amico: Due mostre presenti in fiera caratterizzano il corso della sua direzione artistica ed il dialogo tra artisti storicizzati e talenti emergenti: il focus su Enrico Castellani ed il progetto 2000Maniacs, una riflessione sulla pittura come linguaggio innovativo di ricerca. Quali sono state le scelte curatoriali per lei determinanti?
Andrea Bruciati: Penso alla manifestazione come una sfida per ribadire una qualità all’interno di un sistema fieristico debole, quale è quello italiano rispetto al contesto internazionale. ArtVerona ha la specificità di voler essere una vetrina di eccellenza per tutto ciò che può essere inteso come “italianità” in senso esteso. Esistono ottimi artisti e gallerie di grande qualità non sufficientemente conosciuti; mi piace pensare ad una fiera di Verona che sia rappresentativa delle qualità della filiera creativa della nostra penisola. Seguendo questo principio sono stati invitati galleristi di nazionalità italiana che lavorano all’estero e gallerie che promuovono artisti italiani: ho pertanto concepito la fiera come una piattaforma dinamica che privilegi un confronto sia da un punto di vista geografico che temporale fra artisti. In questo contesto si situa il discorso del colloquio tra le diverse generazioni; nella sezione della fiera dedicata all’arte moderna troviamo l’omaggio ad Enrico Castellani, maestro riconosciuto nel panorama internazionale, mentre nella sezione relativa al contemporaneo un momento performativo e di confronto attivo: più di 50 pittori costruiranno nei giorni della fiera una sorta di arborescenza in progress o quadreria seicentesca di tele. Credo sia fondamentale creare dei ponti: non può esistere innovazione senza consapevolezza delle proprie radici. Laddove è presente una riflessione sulla propria storia ritengo che ci sia anche un discorso di qualità che si pone come germe di uno sviluppo per il futuro. La scelta della pittura in questo mi aiuta, perché un pittore che non ha consapevolezza della Storia non può che avere un lavoro debole o legato alla moda del momento.

D.A: MyTemplArt Magazine affronta diversi temi legati all’archivio nel sistema dell’arte; prendendo spunto dalla presenza ad ArtVerona dell’archivio di Ben Ormenese ci chiediamo se anche nelle fiere cominci ad emergere in modo propositivo una volontà di integrazione esplicita dell’archivio nella filiera del mercato. Qual è la sua opinione in proposito?
A.B: La nostra manifestazione ha come titolo ‘project art fair’: crediamo assolutamente nei progetti e nelle iniziative costruttive. L’archivio è un progetto costruttivo sulla memoria. Lo scorso giugno abbiamo tenuto a Roncade presso la H-Farm, il noto incubatore di start-up, una giornata di brainstorming con artisti, collezionisti, curatori, con lo scopo di ridefinire il ruolo della fiera a fronte di un livellamento internazionale dell’offerta. Abbiamo lavorato per trovare progetti alternativi che dessero una forte connotazione identitaria a questi temi. Il discorso dell’archivio si situa in questo contesto: crediamo infatti che non possa esserci una spinta progettuale, dinamica per il domani se non esiste una chiara consapevolezza delle nostre radici. Le realtà legate alla conservazione, al ripristino e raccolta dell’eredità culturale sono da me sostenute, presentate e promosse nella fiera. A titolo d’esempio, il focus su Castellani è stato realizzato in collaborazione con l’Archivio di Milano, proprio perché avevamo necessità di dare fondamento scientifico alle opere presentate. Il sistema fiera diviene così un volano culturale imprescindibile nell’attuale sistema dell’arte internazionale, raccogliendo una importante responsabilità sociale e ponendosi come motore di stimolo tanto più attivo, positivo e produttivo, tanto più il territorio in cui insiste è reattivo.

Enrico Castellani (2012), foto di Sabina Scapin

Enrico Castellani (2012), foto di Sabina Scapin

D.A: Spesso ci siamo trovati di fronte collezionisti che si trovavano in difficoltà a reperire informazioni o relazionarsi con gli archivi o fondazioni. Qual è la sua esperienza in proposito?
A.B: I collezionisti dovrebbero avere tutto il vantaggio di collaborare con un’istituzione che certifica il loro investimento e viceversa l’archivio in quanto depositario della memoria dell’artista dovrebbe essere ricettivo ed aperto alle richieste della società. Non entro nel merito dell’organizzazione degli enti di tutela dell’opera di un artista; certamente non tutte le fondazioni hanno la struttura e possibilità economiche per mantenere la propria attività. Nella mia esperienza personale, di ricercatore e curatore, la relazione con gli archivi di Fontana, Manzoni e Castellani è sempre stata positiva su tutti i fronti.

D.A: Secondo lei gli artisti contemporanei sentono la necessità di archiviare la propria opera?
A.B: Nell’ultimo decennio è una delle necessità e fonte problematica di speculazione: la tendenza da parte di diversi artisti di lavorare sulla dimensione del documento, della radice, dell’archivio è un dato di fatto. Ritengo che in una società “liquida” gli artisti sentano sempre più spesso l’esigenza di trattenere delle esperienze ed un sistema di elementi con cui relazionarsi, per definire un’identità che contrasti lo svolgimento di un flusso. È indicativo che l’artista intuisca quali siano le problematiche e lo stato della società in cui vive, con le sue contraddizioni e criticità. Anche i giovanissimi, che hanno a che fare continuamente con i social media, riscoprono, giusto per fare un esempio, la fotografia cartacea, frequentano mercatini dell’usato e riflettono dal punto di vista biografico sulla propria famiglia, sul proprio albero genealogico. Anche per i pittori la rinnovata attenzione al media fa riflettere sul bisogno di tornare ad un peso, ad una intensità, alla sedimentazione di una memoria che rischia ogni giorno di essere rimossa e sostituita dal presente.

D.A: La fiera potrebbe essere un luogo di confronto su questi temi?
A.B: La fiera è un network che può promuovere efficacemente molti temi ed arrivare al pubblico con una velocità non conosciuta dalla struttura pubblica. Se ben interpretata, la fiera può rappresentare un fenomeno positivo della nostra società dello spettacolo, capace di dare una profonda impronta nel nostro immaginario. Mi auguro che ArtVerona divenga un organismo in grado di recepire anche cambiamenti radicali se questi pervengono dalla richiesta della società: in questo senso, realizzando il giusto equilibrio tra mercato ed offerta culturale, la rassegna può costituire un momento di sviluppo.

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