La conservazione fotografica, una disciplina relativamente nuova nel campo della conservazione dei beni culturali, ha visto i suoi inizi alla fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta.

Le sue radici sono saldamente ancorate agli anni formativi della fotografia come pratica professionale ed all’emergere dell’industria fotografica, la quale sin dagli inizi deve fare i conti con  l’intrinseca instabilità della conservazione dell’immagine stampata.

Ne abbiamo parlato con Ian e Angela Moor, pionieri della conservazione fotografica e fondatori del Centro londinese.

Francesca Marcaccio Hitzeman: Può dirci come è iniziato il suo interesse per la conservazione in ambito fotografico?

Ian Moor: La mia passione per la fotografia e il mio interesse per la conservazione del materiale fotografico inizia tra la metà e la fine degli anni sessanta mentre lavoravo come restauratore di strumenti musicali a corda, per lo più liuti e chitarre classiche. Il padre del mio partner in affari era un fotografo professionista alla vecchia scuola e cosi ho avuto  l’opportunità di lavorare molto al suo fianco nei laboratori di sviluppo e stampa, sviluppando (scusate il gioco di parole) una vera e propria passione per il mezzo fotografico stesso. L’ho anche aiutato ad archiviare la sua collezione di stampe e negativi. Questo mi ha spinto a ritornare all’università in età adulta e lì ho incontrato Angela, mia moglie. Insieme abbiamo studiato conservazione al Camberwell College of Arts and Crafts e spinti dalla passione per la fotografia abbiamo deciso di intraprendere un progetto di ricerca di conservazione dei procedimenti di sviluppo al collodio. La conservazione del materiale fotografico era allora poco conosciuta sia in Inghilterra che nel resto dell’Europa; c’era un interesse crescente in America grazie agli scritti di Eugene Ostroff, curatore di fotografie dell’Istituto Smithsonian, il quale ha iniziato a collezionare fotografie fino a formare una vera e propria collezione negli anni sessanta.

Il resto è storia. Mentre io ed Angela da studenti andavamo nei mercatini alla ricerca di vecchie fotografie da studiare ed esaminare, la nostra ricerca finì inevitabilmente per includere la riproduzione delle stesse vecchie fotografie trovate e fu così che decidemmo di creare il Centro per la Conservazione Fotografica che, oltre ai servizi di conservazione e di consultazione, è stato il primo ad offrire training in conservazione fotografica sin dal 1981, rivolgendosi ai conservatori e ai professionisti del settore dei beni culturali di tutto il mondo.

Lilian Coelho and Ian Moor examining a photographically illustrated printed book entitled 'Artists at Home' illustrated with Photogravures by J. P. Mayall printed in 1884.

Da www.cpc-moor.com: Lilian Coelho e Ian Moor esaminano il libro fotografico ‘Artists at Home’ illustrato con fotoincisioni da J. P. Mayall e stampato nel 1884

FMH: Quando si parla di conservazione fotografica, si pensa generalmente alla conservazione della superficie  della fotografia. In realtà dovremmo considerare la conservazione della fotografia nella sua interezza come ad un vero e proprio oggetto d’arte. Secondo lei, cosa definisce una fotografia e quali sono i limiti di questa definizione?

IM: La parola fotografia (foto-grafia) fu coniata da sir John Herschel e la traduzione letterale indica proprio la luce (foto) e il disegno (grafos), ovvero ciò che viene disegnato dalla luce. Quindi, per definizione, la fotografia – il disegnare con la luce – è un’immagine prodotta dalla esposizione, attraverso la macchina fotografica o a contatto diretto, della luce sul materiale sensibile o attraverso degli agenti chimici ossidanti esposti direttamente alla luce.

Da qui, per definizione, qualsiasi immagine, non importa quanto fotografica in apparenza, che non sia prodotta dalla luce o dagli agenti chimici ossidanti alla luce, attraverso la macchina fotografica o a contatto con un negativo o positivo, non e’ una ‘vera’ fotografia. Quindi di conseguenza qualsiasi immagine che viene fuori da una stampante o dal processo termografico, non e’ una ‘vera’ fotografia, mentre lo è qualsiasi file digitale che fuoriesce da un laser tricolore o una diapositiva. Ecco, quella è una ‘vera’ fotografia.

FMH: Ci può parlare di alcuni dei maggiori problemi legati alla conservazione fotografica?

IM: Il processo fotografico è stato sempre al centro del processo di riproduzione grafica; ci sono alcune scuole che credono al prevalere del contenuto, dell’immagine che viene letta, e che questa informazione possa essere semplicemente copiata e tramandata. La rivoluzione digitale ha fatto molto a supporto di questa visione come, ad esempio, attraverso l’utilizzo delle immagini digitali nel campo del patrimonio culturale rivoluzionando l’accesso agli archivi di immagini,aprendo intere collezioni ad un pubblico sempre più ampio, locale e non, e favorendo la conservazione del materiale originale attraverso la limitazione dell’accesso a quest’ultimo.

Il lato negativo di questa visione è la convinzione che non ci sia bisogno di mantenere gli originali o investire nella loro conservazione e restauro. Un surrogato digitale non è un sostituto della fonte originale, non può avere le stesse caratteristiche fisiche e del suo procedimento di creazione, esiste soltanto come copia. Le fonti delle informazioni originali devono essere conservate.

From www.cpc-moor.com. Kodak Album

Da www.cpc-moor.com. Kodak Album

FMH: Quali sono gli aspetti meno ovvi sui quali si concentra il conservatore fotografico?     

IM: I conservatori della fotografia non sono soltanto i conservatori del nostro patrimonio fotografico: la loro conoscenza e professionalità sta crescendo, aggiungendosi alla comprensione e conoscenza dell’evoluzione e della storia dei processi fotografici e le sue tecniche. I conservatori sono in una posizione di ricerca unica, indagano, scoprono e interpretano la storia ed i materiali e lavorano costantemente sulle fonti originali.

Lo sviluppo del processo e dei materiali alla base delle tecniche di conservazione devono essere basate su una chiara comprensione dei materiali e la natura della loro chimica, dei processi  fotografici e del loro uso e manipolazione da parte tutti i professionisti del campo.

FMH: Negli ultimi 150 anni la tecnologia degli alogenuri di argento,un composto chimico utilizzato nel campo della fotografia, ha dominato dal punto di vista commerciale tutta la produzione fotografica. La vasta eredità fotografica, che oggi esiste, era prevalentemente creata da una serie di sistemi chimici per le immagini. Nel passato, un conservatore conosceva una fotografia comprendendone l’origine dei prodotti chimici e la transizione dell’immagine a vero e proprio oggetto. Con la rivoluzione digitale e la quasi totale scomparsa della tradizionale fotografia analogica quali sono le principali sfide che un conservatore di fotografie deve affrontare?

IM: Era l’intenzione di Henry Fox Talbot di fare di ogni uomo una sorta di ‘stampante di se stesso, motivazione che ha spinto il passaggio dal disegno fotogenico al calotipo. Talbot avrebbe amato e abbracciato la fotografia digitale; sfortunatamente i file digitali e molto di ciò che oggi costituisce il processo digitale è intrinsecamente instabile, meno stabile della controparte analogica. In aggiunta a questo, il volume del materiale analogico e digitale del XX secolo sta già presentando e continuerà a presentare degli  enormi problemi per il patrimonio culturale e il campo della conservazione.

FMH: Quale consiglio si sente di dare ai giovani conservatori che si vorrebbero concentrare sulla fotografia?

IM: Il campo della conservazione fotografica è una disciplina del campo conservativo opposta al puro e semplice training e riguarda la conoscenza di materiali misti e quindi è essenziale che la scienza della conservazione sia associata ad una conoscenza della fotografia, della chimica, della storia e dello sviluppo del processo fotografico sia come mezzo espressivo sia come forma d’arte.

Sfortunatamente non c’e’ un vero programma in conservazione fotografica da nessuna parte del mondo ma ci sono eccellenti programmi di studio e conservazione legati a diversi materiali che portano gli studenti a specializzarsi nella conservazione fotografica nel loro ultimo anno di studi. Raccomandiamo il Winterthur University di Delaware in Arte e Conservazione, IFROA in Parigi o il Royal Danish School per la conservazione in Copenaghen. Per i conservatori di documenti cartacei, stampe e disegni e la conservazione di archivi è qualche volta possibile fare una internship o del volontariato presso la George Eastman House in Rochester. Di solito queste internship sono riservate a coloro che hanno una qualche esperienza in conservazione.

Per cercare di risolvere questo problema il nostro centro organizza dei corsi e workshops in conservazione fotografica dal 1981; i nostri corsi sono disponibili solo per i conservatori che hanno già avuto un training e che vogliono migliorare e sviluppare più competenze ed esperienze nel campo della conservazione fotografica. Ci sono poi delle associazioni e istituti professionali ed i loro gruppi ai quali i conservatori possono rivolgersi come ad esempio il Photographic Materials Group of Icon e AIC (Istituto di Conservazione Americano). Entrambi organizzano incontri e conferenze. Inoltre consigliamo di leggere molto sulla materia e anche sulla storia della fotografia e sulla conservazione.

Lo sviluppo delle competenze necessarie per imparare i trattamenti di conservazione delle fotografie possono essere attuate solamente con l’esperienza; queste scuole infatti  offrono solo una parte delle possibilità di sviluppare le competenze sul campo. La necessità di attuare una conservazione preventiva piuttosto che di intervento successivo sta portando delle opportunità per i conservatori di sviluppare la conoscenza e l’esperienza adeguata in questa area di studi molto importante.

Francesca Marcaccio Hitzeman

 

Link: http://www.cpc-moor.com/Welcome.htm

 

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