È il 30 ottobre 2014, una Parigi stranamente soleggiata accoglie l’arti-star americano Jeff Koons nella prestigiosa sede del Collège de France…

Claudine Tiercelin, titolare della cattedra di Metafisica e filosofia della conoscenza, presenta Koons come la punta di diamante di una serie di conferenze sul tema “La Fabrique de la peinture”. Il grande auditorium di Place de Marcelin Berthelot è affollatissimo.
La sala è costellata da agenti di sicurezza, pronti a picchiettare sulla spalla della prima persona che osa estrarre una macchina fotografica. «No photo please».
Un impeccabile Jeff Koons in completo di raso nero sale sul palco e, da buon venditore di sé stesso, sa subito come attirare l’attenzione esordendo con un aneddoto sulla sua infanzia.
Karen, sua sorella maggiore, è il prototipo della figlia modello: ottimi voti, gentile ed educata, migliore di lui in tutto. Un giorno mentre il piccolo Jeff sta disegnando, il padre gli poggia una mano sulla spalla ed esclama: «finalmente abbiamo trovato qualcosa che sai fare! ». La pittura diventa così un percorso di accettazione di sé stesso e del proprio ruolo nei confronti della famiglia e della società. Nato in Pennsylvania nel 1955, Koons si trasferisce a New York a 21 anni, ed inizia una folgorante carriera.
Con il sorriso sulle labbra e l’aria sicura, afferma: «Sono pittore da sempre. Anche davanti a una scultura io sono un pittore, e penso come un pittore».

Jeff Koons, Ercole Farnese   2013

Jeff Koons, Ercole Farnese 2013

Le sue prime fonti di ispirazione sono il surrealismo e l’arte Dada, sotto l’egida di Dalì e Duchamp, ma anche la musica potente e trascendente dei Led Zeppelin che gli trasmette una «carica sensuale pazzesca».
Nel 1986, con “I Could Go For Something Gordon’s”, si affaccia al readymade e alla produzione meccanica. Le macchine lo affascinano perché possono creare e ricreare in serie, andando oltre i limiti dell’uomo. Il prodotto subisce comunque una manipolazione o una rifinitura soprattutto per quanto riguarda il colore. Per Koons la policromia è molto importante. È il caso di “Ushering in Banality” (1988), un’irriverente scultura in legno policromo in cui Koons vede dei richiami alla statuaria sacra medievale.
Nel corso della sua carriera sperimenta più tecniche, fino ad arrivare all’applicazione del colore alla scultura tramite gli stencil. Nel 2008 realizza così “Lobster”, una scintillante aragosta quotata tra i sei e gli otto milioni di dollari. Il crostaceo della serie “Popeye” affronta l’onnipresente tema della sessualità, da cui Koons sembra essere ossessionato. La coda a ventaglio richiama le ballerine di Flamenco, mentre le antenne ricordano dei baffi alla Dalì e sono insieme alle chele degli attributi maschili.

Jeff Koons, Antiquity (Farnese Bull) 2009–12

Jeff Koons, Antiquity (Farnese Bull) 2009–12

La celebrazione del sesso è il filo conduttore della serie “Antiquities”. Le statue archeologiche, come Venere e Pan, gli permettono di percorrere una sorta di «narrazione del fallo».
Tutta la serie è elaborata con Photoshop. Alle fotografie si sovrappone un disegno stilizzato di una barca che di marinaresco ha molto poco, visto che « le nuvole e i gabbiani sono i peli pubici».
In “Antiquity 3”, Afrodite è una moderna Pin-Up che cavalca un delfino accompagnata da una simpatica scimmietta gonfiabile: « La scimmia è una raffigurazione di Eros». Dopo questa affermazione Koons mostra entusiasta una diapositiva di una scultura romana con il topos della venere col delfino e l’amorino alato, e racconta di averla scoperta quando la sua opera era già ultimata. Piccolo Warburg dei tempi moderni, Koons si lancia così in un discorso sulla continuità dell’arte e la persistenza dei temi iconografici.
Sullo sfondo di “Antiquity 3” si vedono tre Veneri. Sono delle copie moderne di marmi romani, tra le quali c’è la celebre Afrodite che si slaccia il sandalo. Koons tira fuori un bigliettino e annuncia « prima di venire qui ho chiesto alla mia segretaria di darmi delle informazioni su queste veneri e sentite un po’! ». A questo punto inizia a leggere un resoconto made-in-google sulla storia delle tre statue, snocciolando una serie di dati interessanti quanto inquietanti per il fatto che Koons non ne sapesse assolutamente nulla nel momento in cui ha realizzato il fotomontaggio.
Ma il peggio arriva con “Farnese Bull” (2009-2012), di cui cita più volte l’autore con «The Farnese», come se il papa Paolo III, scalpello alla mano, si fosse dato alla scultura.
Nella parte inferiore del fotomontaggio compare un esplicito manufatto archeologico, forse di origine precolombiana. Una sorta di ex-voto fallico-vaginale, di cui l’artista non è chiaramente in grado di dirci nulla, se non di sottolinearne la carica sessuale, già molto chiara di per sé.

Jeff Koons, Baloon Venus 2008

Jeff Koons, Baloon Venus 2008

Si passa poi a “Balloon Venus” (2008), di cui Koons fa notare l’importanza della superficie riflettente, che permette allo spettatore di essere parte integrante della scultura. Il pubblico ha infatti la possibilità di modificare l’opera spostandosi, e osservando il cambiamento dell’immagine riflessa in cui lui stesso è incluso. Ancora una volta « la venere fa riferimento alla fertilità, ma i seni e il ventre gonfio possono essere anche visti come un pene e dei testicoli». La parola «fertilità» è la versione edulcorata del termine «sesso», che coi suoi numerosi sinonimi permette a Koons di non ripetersi (almeno a livello verbale).
L’entusiasmo per la citazione archeologica ricompare nella serie “Gazing Balls” (2013). Le sfere blu riflettenti, diffuse in molti giardini Oltreoceano, si abbinano a calchi in gesso di statue come l’Ercole Farnese. L’artista si dice affascinato dal gesso come materiale duttile e malleabile. Anche questa volta la superficie liscia celebra la sensualità e la forza carnale. Le sfere ci portano, invece, verso un mondo stellare e metafisico al quale la retrospettiva presentata al Centre Pompidou dal 26 novembre 2014 ci permetterà forse di accedere.

Dopo le strette di mano di rito, il Collège de France ringrazia e lascia l’artista tra le grinfie di un pubblico apparentemente galvanizzato e tutt’altro che criticamente pericoloso. Una breve serie di domande, di cui riportiamo una trascrizione di seguito, permettono all’artista di raccontare il suo modus operandi. Koons si appoggia infatti a un’enorme atelier, che conta varie decine di assistenti. Ogni opera richiede circa due anni di lavoro, durante i quali si studia ogni dettaglio con grandi tavole numeriche e grafici su Adobe. L’Atelier realizza di solito 6 dipinti contemporaneamente, con grandi impalcature e laboratori ipertecnologici.

9. Jeff Koons in his studio, 2009

Jeff Koons nel suo studio, 2009

Domanda: Le capita di dover rifiutare un quadro a causa di un errore dei suoi assistenti?
Jeff Koons: Si, mi è successo. Ma col passare degli anni capita sempre meno spesso. I miei assistenti lavorano per me da in media nove anni, alcuni addirittura da ventiquattro. Abbiamo messo a punto un sistema che mi permette di controllare e pianificare ogni gesto, ogni dettaglio.
D: A volte le vengono dubbi o ripensamenti in corso d’opera?
JK: I dubbi fanno parte della natura umana, ma in generale amo la mia personale iconografia. Da giovane nella mia testa c’era solo Duchamp, Duchamp, Duchamp! Poi ho capito che l’arte è un cerchio, e allora non ho dubbi. Come esseri umani possiamo solo seguire i nostri centri di interesse. Questo ci porta verso un archetipo che non delude mai. Seguite i vostri interessi!
D: Riflette mai su cosa si dirà di lei tra qualche anno?
JK: Sono molto più occupato dalla percezione del presente che da quella futura. Quando leggo recensioni o ricevo complimenti sono contento di piacere, ma quello che voglio è soprattutto fare. La mia preoccupazione è il presente.
D: Sappiamo che è anche collezionista. Cosa ama? Cosa colleziona?
JK: Amo tutto. Cerco di rinunciare al giudizio e aprirmi all’accettazione. L’arte sconvolge la vita. Certo, ci sono momenti dove preferisco un certo tipo di opere ad altre, ma questo non crea mai una gerarchia. Ho opere di Picasso, Fragonard, reperti egizi… amo molto l’arte primitiva e Monet.

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