Oggi chiacchieriamo con Monica Biancardi, un’artista e fotografa affermata nata a Napoli la cui carriera inizia prestissimo grazie ad alcune collaborazioni con importanti registi italiani e stranieri.

Parallelamente porta avanti le sue ricerche artistiche personali e il lavoro di insegnante negli istituti superiori prima, e all’università poi. Ad oggi molte delle sue opere sono state acquisite da grosse collezioni private e da istituzioni importanti come la Bibliothèque Nationale de France.
La memoria è il cardine di tutto il suo lavoro, il quale oscilla tra l’indagine spirituale dal fine gusto estetico e il reportage fotografico il cui risultato appare come un componimento pittorico dall’ordine compìto.

Intorno a cosa verte la sua ricerca?
La mia ricerca verte essenzialmente sul tema della memoria, affrontando temi e progetti diversi.

Nella sua esperienza troviamo anche performance e interventi artistici dal forte carico emotivo come “Wall”, lavoro realizzato per Dolomiti Contemporanee sul disastro del Vajont. Come riesce a integrare la propria sensibilità artistica con le esperienze traumatiche dei soggetti protagonisti del progetto?
L’opera realizzata per Dolomiti Contemporanee è un lavoro di tipo antropologico attraverso il quale ho avuto modo di conoscere tutti gli ultimi abitanti del paesino di Casso. Il disastro ha spezzato un sistema sociale, c’è stato un grande esodo e sono state chiuse le scuole in entrambi i paesi, gli abitanti son rimasti davvero pochi. Fra quei pochi ho investigato a lungo mediante una serie d’interviste, per poi decidere quali potessero essere i ritratti da realizzare.
Questi ritratti in bianco e nero mostrano le mani e sono allestiti in un sandwich di plexiglas con il neon attorno di colore blu, sotto ho posizionato una placchetta che riporta il nome ed il mestiere di ciascuno.
Ne vien fuori una “santificazione” da vivi e non da morti da parte di coloro che hanno deciso di vivere in quei luoghi e di coloro che non hanno mai voluto abbandonarli. Quindi una selezione di mezzi busti, che diventano delle icone protettive.
È stata un’esperienza forte, a tratti commovente. Ci son tornata più volte, anche grazie premio vinto  (Two calls for Vajont, n.d.r.) e provo sempre la stessa attrazione.

Wall, Monica Biancardi, Nuovo spazio di Casso, ph Giacomo De Dona

Wall, Monica Biancardi, Nuovo spazio di Casso, ph Giacomo De Dona

Sono rimasta affascinata dalla serie Habitus, nella quale sembra voler fissare la memoria personale mediante il legame quasi feticista con un oggetto. Ce ne vuole parlare?
Insegnando disegno e storia del costume alle superiori ho sempre desiderato di poter realizzare un progetto legato al costume e all’importanza cui gli attribuisco.
Pertanto, tra i capi che hanno segnato la mia storia finora, ne ho scelti alcuni che ho indossato un’ultima volta allo scopo di realizzare un video, successivamente li ho messi sotto-vuoto una volta per sempre. A completare il progetto, una diaproiezione fotografica che raccoglie i momenti biografici in cui sono stati indossati quei capi.

Qual è il lavoro al quale è più legata e perché?
Non ho un lavoro a cui sono particolarmente legata. Mutamenti, dedicato alla prematura scomparsa di mio padre e racchiude la mia filosofia, che è quella delle mutazioni. Ora invece sto portando avanti un lavoro su I punti di vista, perché ritengo che la vita sia un fatto di luce e punti di vista.
Da anni invece sto lavorando sul tema del muro in Palestina. Fotografo periodicamente due meravigliose gemelline beduine in un villaggio della West Bank da quando avevano appena 1 anno. A causa del muro la famiglia non si può più spostare ed io, in qualsiasi momento piombi in casa loro, le trovo lì!
Fra poco ne farò una mostra. Metterò in relazione i ritratti di Sarah e Sari (così si chiamano le gemelle) con le carte geografiche dell’Onu – gli unici a monitorare il territorio – a partire dal loro anno di nascita fino al velo, messo con l’avvento della pubertà.

Nei suoi prossimi progetti si annovera una pubblicazione importante, ci vuole anticipare qualcosa?
Il libro s’intitola RiMembra ed è pubblicato con la casa editrice Damiani di Bologna, uscirà tra qualche mese e prevede un lavoro poetico ad hoc, meraviglioso, del grande Gabriele Frasca. La grafica è stata realizzata dal bravissimo Leonardo Sonnoli. Il testo è scritto da Lorand Hegy, attuale direttore del museo di Saint’Etienne. Questo progetto, composto di dittici e trittici, contiene un lavoro acquisito dalla collezione Genzini.

Come lei sa, la nostra è una piattaforma di archiviazione digitale. Come è solita catalogare il suo lavoro? La ritiene una pratica importante ai fini di una conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale?
Reputo la catalogazione una pratica fondamentale per la conservazione della memoria storica, la quale dà accesso allo studio e alla ricerca da parte delle giovani generazioni .
Mi compiaccio del lavoro che fate in un paese come il nostro, ahi noi tanto ricco, ma sprovvisto di strumentazioni e tutt’ora restio ad attrezzarsi dei mezzi per un’adeguata archiviazione.

Ilaria Carvani

 

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