Nel cuore di Milano, nella gotica cornice di Casa Parravicini, inaugura la Fondazione Carriero, nuovo spazio espositivo che celebra la sua nascita con la mostra imaginarii, curata da Francesco Stocchi, con opere di Gianni Colombo, Giorgio Griffa e Davide Baluba.

Esplorare nuovi orizzonti, non solo presentazione di una collezione privata, è l’obiettivo che si pone la neonata Fondazione Carriero, nata dalla felice intuizione di Giorgio Carriero, imprenditore petrolifero e amante d’arte che ha voluto donare alla città un nuovo centro di divulgazione culturale, inserendosi perfettamente nella migliore tradizione meneghina, in cui mecenatismo privato e responsabilità sociale sono strettamente connessi.

A dare il via alla programmazione è la mostra imaginarii, visitabile fino al 20 febbraio 2016, dove le opere degli artisti Gianni Colombo, Giorgio Griffa e Davide Baluba riflettono su come l’immaginazione possa condurci in uno spazio nuovo. È un dialogo con lo spazio, una raccolta delicata ed elegante all’interno di stanze minimaliste che si chiude, a sorpresa, con la riproduzione di uno Spazio Elastico di Gianni Colombo nella ricca e affrescata sala seicentesca dell’adiacente Palazzo Visconti di Modrone.

Un’indagine della dimensione spaziale e dell’esperienza che si fa di esso, preferibilmente diretta, di cui ci parla nell’intervista il curatore Francesco Stocchi.

Alessandra Ghinato: Cosa ha ispirato il titolo della mostra “imaginarii”? 

Francesco Stocchi: Il titolo latino dà un’accezione apolide alla mostra: non si riferisce né a un linguaggio o un pubblico particolare. Gli artisti invitati incarnano una sorta di rappresentazione dell’immaginazione: possiedono infatti tre modi diversi di pensare all’ambiente e all’identità spaziale.

Più che occupare lo spazio, riescono a creare un luogo, sintetizzando la tendenza immaginifica dell’arte.

Nei confronti del pubblico la mostra cerca di sottolineare l’importanza dell’esperienza diretta, rispetto a quella mediata attraverso gli schermi, i telefoni, gli Ipad e tutte le tecnologie che non solo cambiano il modo di veicolare le rappresentazioni delle opere e di riceverne informazioni, ma anche modificano l’opera stessa. C’è infatti una tendenza di artisti consapevoli di questo cambiamento che operano sull’aspetto fotogenico delle loro opere, sapendo che verranno fruite molto più attraverso uno schermo che direttamente dal vivo.

“imaginarii” vuole quindi creare un immaginario da vivere, non solo da fruire attraverso una fotografia.

Installation view, Giorgio Griffa, Canone aureo. Ph. Agostino Osio

Veduta dell’allestimento, Giorgio Griffa, Canone aureo. Ph. Agostino Osio

A.G: Qual è il fil rouge che lega i tre artisti? 

F.S: Ho scelto tre artisti diversi, con l’intento di unire non tanto opere analoghe, ma direzioni simili sviluppate in maniera differente: si può infatti vivere una stessa preoccupazione e rappresentarla plasticamente in modo diverso, a seconda delle proprie esperienze e interessi.

Credo che in una mostra sia importante far emergere le differenze all’interno di una stessa sensibilità piuttosto che similitudini all’interno di una stessa tendenza.

Ho scelto quindi tre artisti il cui stadio fosse dissimile, cercando di unirne i percorsi.

Davide Balula è un artista giovane che si trova negli anni in cui sta affermando il suo linguaggio, nel pieno della sua fioritura.

Gianni Colombo è un artista storicizzato, a cui la ricerca attuale deve molto, tant’è che in sede di catalogo ho chiesto non a un critico, ma a tre artisti, Cèline Condorelli, Gabriel Kuri e Luca Trevisani, di scrivere su di lui, per sottolinearne l’eredità. Ha avuto una carriera fulminante, riconosciuto fin da subito e morto giovane, all’improvviso.

L’iter di Giorgio Griffa è invece agli antipodi: a parte un iniziale riconoscimento, ha vissuto per trenta – trentacinque anni nell’ombra, lavorando come avvocato. Riscoperto quattro – cinque anni fa, si ritrova, giovane ottantenne, ad avere la fortuna di esprimere la sua arte in giro per il mondo, con un entusiasmo simile a quello di Balula.

La differenza di stadi mostra come punti di vista e vite diverse possano sviluppare lo stesso interesse in modo assolutamente complementare, generando intrecci molto interessanti.

A.G: Come dialogano i tre artisti con lo spazio?

F.S: Balula reagisce alle condizioni che gli vengono date, lavorando in seconda battuta. Lavora sull’improvvisazione, in relazione a dove si trova, non tanto per un’aderenza geografica ma per le condizioni esistenziali sue e del luogo.

Gianni Colombo lavora nell’intersezione tra scultura, architettura e design, dove crea degli ambienti immaginifici e sensoriali in cui le nostre percezioni vengono sviluppate e talvolta messe in discussione. È una ricerca molto aderente all’avanguardia del suo tempo, al periodo dei Superstudio degli anni ‘60/’70, un lavoro sulla percezione dello spazio che mette in crisi le nostre coordinate, la nostra memoria interna.

Mentre Colombo lavora sulle esperienze, sulla sorpresa e sullo shock, Griffa fa un lavoro molto silenzioso, delicato e legato alla stratificazione del tempo.

Lui è unico dei pochi pittori che conosco a non incorniciare i suoi quadri. Piega le tele per poi riaprirle quando esposte, lasciando così i sedimenti del tempo, le tracce della loro stasi. Attacca le tele con dei chiodi direttamente alla parete come fosse una pelle del muro stesso, in continuità con lo spazio che occupa.

Diversamente dagli altri artisti, lavora con il colore applicato, una pittura molto italiana, tolemaica. È pittura del mistero legata a un gesto infinito, quello della linea.

Installation view, Davide Balula Burnt Painting, Imprint of a Burnt Painting, 2015, diptych, charred wood, dust of charred wood on canvas 195 x 130 cm each Courtesy galerie frank elbaz, Paris. Ph. Agostino Osio.

Veduta dell’allestimento, Davide Balula, Burnt Painting, Imprint of a Burnt Painting, 2015, dittico, legno bruciato, polvere di legno bruciato su tela, 195 x 130 cm ciascuno, Courtesy Galerie Frank Elbaz, Parigi. Ph. Agostino Osio.

A.G: Quali sono i lavori site specific della mostra?

F.S: È proprio l’evento effimero della mostra che per me rende site specific un’opera, infinita per sua natura.

In questa mostra costituita da venti opere, ce ne sono due nate per l’occasione: la prima è una tela orizzontale di Griffa, lunga circa 6 metri, quasi un fregio.

Quando ho mostrato a Griffa la sala che avevo pensato per le sue opere, lui alzando gli occhi mi ha risposto che lì bisognava fare qualcosa, ha visto lo spazio sopra le colonne che chiedeva il suo intervento. E così è stato.

La seconda opera è di Balula, nella sala al piano terra, composta da due sassi trovati in giro per Milano. 

A.G: Come ha voluto rappresentare in mostra l’anima della Fondazione?

F.S: Quando ho iniziato a lavorare alla mostra, ho trovato di un luogo vergine che non aveva mai ospitato mostre e che era stato riorganizzato per un programma espositivo, senza alcun riferimento specifico.

Lo spazio a disposizione è molto complesso e quindi interessante: alterna la sua esistenza tra una dimensione privata e una pubblica. La direzione privata viene mantenuta in quanto antico palazzo, mentre quella pubblica si esplicita attraverso l’intervento dello studio Gae Aulenti che lo ha reso fruibile pur mantenendo la sua aura domestica.

L’alternanza e quindi sovrapposizione di storicizzazione e clima di un palazzo del ‘400 e l’intervento meccanico da parte dell’architetto è il punto da cui sono partito per sviluppare una mostra che prenda il via dalla sua essenza primordiale e problematica, lo spazio.

Installation view, Gianni Colombo Spazio elastico. Quadrati che si muovono, 1967, steel, electromechanical animation 100 x 100 x 100 cm each Courtesy Fondazione Marconi, Milan, Ph. Agostino Osio

Veduta dell’allestimento, Gianni Colombo, Spazio elastico. Quadrati che si muovono, 1967, acciaio, animazione elettromeccanica
100 x 100 x 100 cm ciascuno. Courtesy Fondazione Marconi, Milano, Ph. Agostino Osio

A.G: Il dibattito sulla spazialità iniziato negli anni ’60 può considerarsi ancora attuale?

F.S: Si assiste a una ripresa del discorso ma adattato a uno spazio digitale che non risponde alle esigenze del tempo. Storicamente spazio e tempo non possono essere scissi, ma ora viviamo nell’epoca digitale in cui sono dissociati. La ricerca attuale nei casi meno felici è una riedizione meno interessante del passato, ma a volte è una lettura di uno spazio digitale che non risponde alle coordinate temporali.

Alessandra Ghinato

 

http://fondazionecarriero.org/it/

Cover image: Veduta dell’allestimento, Spazio elastico, ambiente, 1967-68 elastici fluorescenti, motori elettrici, lampada di wood cm 400x400x400, Archivio Gianni Colombo, Milano, Ph. Agostino Osio

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