La notizia della scoperta di due capolavori di Paolo Caliari detto il Veronese è l’epilogo di un lungo percorso di studi: le ricerche di Cristina Moro, classe 1986, allieva di Giovanni Agosti all’Università Statale di Milano, hanno infatti permesso la corretta attribuzione di due opere del Veronese.

Si tratta di due allegorie, la Scultura e la Geografia, che saranno esposte fino al 5 ottobre al Palladio Museum di Vicenza, insieme ai loro due pendant del Los Angeles County Museum of Art.

Ma vediamo come si è svolta la vicenda…

Alice Legè. Ci piacerebbe innanzi tutto che ci raccontasse come sono iniziate le sue ricerche, e come si è imbattuta nelle due tele in questione.

Cristina Moro. Le mie ricerche sono iniziate nel 2012, quando decisi insieme a Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa di indirizzare la mia tesi di laurea magistrale verso una tematica a me vicina. Sono per metà milanese e per metà di Verbania: abbiamo così iniziato a parlare di Villa San Remigio a Pallanza, una villa in stile rinascimentale, situata vicino a Verbania. La villa è stata progettata alle soglie del Novecento dal marchese Silvio della Valle di Casanova e da sua moglie Sophie Browne, una pittrice e scultrice di origini irlandesi. Durante le mie ricerche mi sono in particolar modo occupata della ricostruzione dell’allestimento degli interni e della collezione di opere d’arte, supportata da alcune fotografie d’epoca. Il giardino, la villa e anche numerosi arredi e dipinti sono stati acquisiti dalla Regione Piemonte nel 1977: un insieme purtroppo impoverito negli anni dopo alcuni furti.
Nel febbraio del 2013 sono entrata in Villa San Remigio, chiusa da alcuni anni ma un tempo sede di manifestazioni culturali e matrimoni. Qui mi sono imbattuta in alcuni importanti pezzi che facevano parte della collezione Della Valle di Casanova, ormai di proprietà della Regione e non considerati per il loro effettivo valore. Oltre a un grande telero di Palma il Giovane destinato alla chiesa di San Domenico a Brescia e dato per disperso nei cataloghi del pittore, nella sala da pranzo di San Remigio ho notato due tele di soggetto allegorico di altissima qualità.
Gli inventari patrimoniali attribuivano le tele a una generica scuola di Paolo Veronese e valutavano i due dipinti circa settemila euro. Con Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa ci siamo resi conto che la qualità delle due tele era talmente alta da essere attribuita alla mano del maestro stesso. Abbiamo dunque coinvolto Vittoria Romani e la dottoressa Carlotta Crosera dell’Università di Padova; grazie al coinvolgimento della professoressa Romani le opere sono state riconosciute come autografe di Paolo Veronese, elementi di un ciclo disperso e concepito negli anni giovanili dell’attività del pittore.

A.L. Si tratta senza dubbio di una scoperta eccezionale, che lascia un segno nella carriera di una giovane studiosa. Al di là della soddisfazione accademica devono essere stati momenti di forte emozione. Come ci si sente di fronte a un risultato così importante?

C.M. Sono indubbiamente soddisfatta di come una ricerca partita davvero da poche fonti abbia portato a un ritrovamento così importante. Sono contenta di come sia stato portato avanti un lavoro di squadra dove ognuno ha collaborato con i propri mezzi e competenze, senza che la cosa sfociasse in un sensazionalismo mediatico ma concentrandosi prima di tutto sulla protezione delle due tele. Questo lavoro di ricerca mi ha appassionato sin dall’inizio, e con questo importante ritrovamento ho avuto occasione di affiancare e assistere al lavoro di persone competenti ed esperte dalle quali ho cercato di apprendere il più possibile.
Inizi con una tesi di ricerca e ti ritrovi nei laboratori di restauro di Venaria a riflettere sulle radiografie di due dipinti di Veronese, per poi vedere i dipinti restaurati in mostra a Vicenza affianco alle due tele sorelle in prestito da Los Angeles. Si, direi che è stata un’avventura carica di emozioni e soddisfazioni.

Cristina Moro davanti alle due allegorie del Veronese.

Cristina Moro davanti alle due allegorie del Veronese.

A.L. Un lavoro di questo tipo cade in un periodo particolarmente fortunato. Si tengono infatti quest’anno oltre alla mostra di Vicenza, altre quattro mostre sul Veronese: a Padova, a Castelfranco Veneto, a Bassano del Grappa e soprattutto a Verona, in collaborazione con la National Gallery di Londra. Come si sono svolti i rapporti tra una giovane studentessa come lei e istituzioni di questo rilievo? Quanto è stata coinvolta?

C.M. Devo dire che sono stata sempre presa in considerazione. Le istituzioni mi hanno interpellata e invitata personalmente a partecipare ai vernissage delle mostre di Veronese. Xavier Salomon, curatore della Frick Collection, mi ha invitato alla National Gallery di Londra per vedere la mostra di Veronese curata da lui: si è dimostrato sempre disponibile e generoso.
Gli studiosi che ho incontrato a Venaria, a Verona e a Vicenza si sono complimentati per la scoperta e mi hanno sempre tenuta al corrente dell’avanzamento degli studi e del restauro delle due tele. Come accennavo prima, c’è stato un vero e proprio lavoro di squadra indirizzato alla tutela e alla conservazione delle tele, sempre improntato sul rigore scientifico. Le due opere sono state messe in sicurezza, restaurate, studiate e infine esposte a Vicenza grazie al lavoro di persone come Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa dell’Università degli Studi di Milano, Vittoria Romani e Carlotta Crosera dell’Università di Padova, Guido Beltramini e Howard Burns del Centro Palladio di Vicenza e dei Laboratori di Restauro della Venaria Reale.
Abbiamo lavorato a ritmi serrati per redigere un catalogo esaustivo della storia critica delle due allegorie di Veronese, oggi per la prima volta mostrate al pubblico assieme alle altre due allegorie del pittore del County Museum di Los Angeles.

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