La questione del rapporto tra Occidente e Medioriente è solo uno degli aspetti della mostra Too early, too late, a cura di Marco Scotini, aperta fino al 12 aprile presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna, dove espongono quasi sessanta artisti di area centro-asiatica ed opere provenienti da grandi collezioni italiane. Un’esposizione che acquisisce una dimensione tempestiva per la riflessione su temi quali la progressiva occidentalizzazione dell’Oriente, la modernità ed il rischio della sua perdita, le vicende culturali e politico-sociali dell’area centro-asiatica e le prospettive future, frammiste di fondamentalismi, arcaismi e modernità. Ne abbiamo parlato con Marco Scotini.

Deianira Amico: La mostra Too early, Too late, dopo Il piedistallo vuoto. Fantasmi dell’Est Europa, torna a parlare dell’aerea centro-asiatica in seguito alla caduta del muro di Berlino. Questa volta il “fantasma” sembra essere l’Occidente. Può raccontarci la genesi della mostra?

Marco Scotini: Crollato un assetto se ne fa un altro. Questo è l’89 per i media e le forme del potere: all’opposizione politica tra liberismo e socialismo si sarebbe sostituito uno scontro di civiltà: quello tra Islam e Occidente. Di fatto, l’89 apre ad un fenomeno epocale molto più complesso che si definisce ormai solo dentro i termini della globalizzazione economica, accomunando Oriente e Occidente. La nuova mostra rappresenta un capitolo ulteriore rispetto a Il Piedistallo Vuoto. Avrebbe potuto intitolarsi Senza Piedistallo, con riferimento all’area verde di piazza Tahrir, per come la definisce la scrittrice egiziana Ahdaf Soueif. Ma ho invece recuperato questo rapporto tra le due mostre concentrandomi sul tempo. Rispetto al “prima” e “dopo” dell’Est Europa, la nuova mostra propone una temporalità che è quella del “già” e del “non ancora”, del “troppo tardi, troppo presto”. Come affrontare un tema come quello della modernità, se non attraverso tempi non allineati, mai in sincrono? Ecco il fantasma dell’Occidente, come lo definisci tu. Un qualcosa, cioè, che dove è passato ha seminato i suoi doni (democrazia, ponti, fabbriche, macchine, elettricità) all’interno di un pacco chiamato “modernità”. Con quale risultato? La parete d’ingresso alla mostra è eloquente al riguardo: una grande incisione del tempio di Karnak tratta da quell’opera monumentale che è La Description de l’Egypte. Che cosa trovarono all’interno del tempio le persone al seguito di Bonaparte? Dopo due secoli di rapporto con l’Occidente, cosa aspettiamo di trovarci noi oggi? I tre lacunari nella parete (con opere di Mona Hatoum, Bisan Abu Eisheh e Mustafa Abu Ali) mi pare rispondano perfettamente.

Amir Yatziv, Detroit #024, c-print, 60 x 70 cm, Collezione Taurisano, Napoli, Courtesy Galleria La Veronica, Modica

Amir Yatziv, Detroit #024, c-print, 60 x 70 cm, Collezione Taurisano, Napoli, Courtesy Galleria La Veronica, Modica

Intorno alle dinamiche colonialiste di diffusione di una presunta modernità in un contesto geopolitico non pronto ad accoglierla, si snoda buona parte del rapporto culturale tra Occidente e Medio Oriente. Gli artisti in mostra mettono in luce le criticità della globalizzazione con grande incisività. Esiste una sensibilità critica che accomuna in questa direzione le ricerche artistiche mediorientali ed occidentali?

Arrivando in mostra trovi foto di donne persiane della dinastia Cagiara che posano con radio stereo sul tavolo, oppure pneumatici di auto Fiat arenate nella sabbia, cartoline postali di amanti censurate, francobolli per uno stato-nazione che non c’è, codici miniati con slogan politici no-global, cumuli di rovine, fontane di sabbia, dervisci in preghiera di fronte a porte scorrevoli, ecc. Qualcosa stride sempre: è l’espressione di due tempi che difficilmente coesistono, che si affermano e si negano allo stesso tempo. In tutti questi artisti non c’è la critica alla modernità come tale. C’è piuttosto una critica al fatto che modernità equivalga a occidentalizzazione: di modi, costumi e consumi. Non è un caso che ho cercato di puntellare la mostra con Foucault e Pasolini. Mi ricordo le note di quest’ultimo sullo Yemen: “In quanto regista ho visto (…) la presenza “espressiva”, orribile, della modernità: una lebbra di pali della luce piantati caoticamente – casupole di cemento e bandone costruite senza senso là dove un tempo c’erano le mura della città (…) oggetti di plastica, scatolame, scarpe e manufatti di cotone miserabili, pere in scatola (provenienti dalla Cina), radioline…”

In Too early Too late emerge una riflessione storica ed attuale di grande interesse. Lo scarto tra modernità, spinte rivoluzionarie autoctone e perdita della modernità è manifesta anche nella riflessione del filmmaker palestinese Mohanad Yaqubi: se il diritto all’autodeterminazione rivendicato dalla Rivoluzione palestinese degli anni sessanta è apparso troppo presto, la Primavera Araba del 2011 è forse giunta troppo tardi (cit. in catalogo della mostra). Quali sono oggi gli altri aspetti, nei termini di ciò che è “troppo presto” o “troppo tardi”, che gli artisti in mostra affrontano rispetto al nostro rapporto politico e culturale con il Medio Oriente?

Mi verrebbe immediatamente da dire che in questo caso le date contano. Nella Guerra Fredda c’era ancora una promessa di futuro che forse abbiamo perduto con il crollo del Muro di Berlino. La Rivoluzione palestinese era ancora parte integrante di quella opposizione al capitalismo. Oggi viviamo invece in una crisi dell’avvenire, in una mancanza di prospettive per il futuro da cui cerchiamo però instancabilmente di sottrarci. La Primavera araba è parte di questo scenario in cui il collasso del mondo Sovietico ha lasciato un vuoto, che è solo parzialmente colmato da forme reazionarie d’identità e affiliazioni nazionalistiche ed etniche.

Amir Yatziv, This is Jerusalem Mr. Pasolini, single channel b/w video, 7'47'', Collezione AGI Verona, Courtesy Galleria La Veronica, Modica

Amir Yatziv, This is Jerusalem Mr. Pasolini, single channel b/w video, 7’47”, Collezione AGI Verona, Courtesy Galleria La Veronica, Modica

Emerge nella mostra anche una riflessione sul nostro tempo, mutato dall’avvento di internet e dagli effetti della globalizzazione. L’Occidente è sempre più avvezzo a vivere in una sorta di continuum spazio-temporale, in un eterno presente che scorre senza stratificarsi. Diversi artisti in mostra invece attualizzano la memoria attraverso un recupero di materiali d’archivio, quasi a significare che nella loro cultura la memoria storica, e quindi l’identità culturale, sia più forte che nella nostra. Esiste questa divergenza, nel rapporto con la memoria, tra Occidente e Medio Oriente?

Non so se si tratti di una divergenza. Di fatto però gli artisti mediorientali hanno anticipato la nuova vague sulla memoria storica all’interno della scena artistica contemporanea. Un po’ come è successo con l’ex blocco sovietico. Naturalmente una ragione c’è. Da un giorno all’altro, intere culture si sono trovate faccia a faccia con la perdita d’identità sociale, con la sottrazione del loro territorio d’appartenenza, con la cancellazione della propria memoria privata. Non importa quando questo sia successo. Quello che importa è che proprio sulla lotta contro l’oblio si gioca la condizione attuale d’esistenza di intere aree sociali. Per questo la mostra ha cercato di mettere in luce questo “stato di memoria”. Prendiamo Emily Jacir con il lavoro Ex Libris e la questione palestinese. Oppure Hiwa K. e la questione kurda. Oppure Lamia Joreige con il video A Journey in cui la vita personale di sua nonna s’incontra con la vita collettiva mediorientale, dagli anni ‘30 fino alla guerra civile libanese. O, ancora, il rapporto di Akraam Zaatari con gli archivi fotografici che lo hanno condotto all’istituzione dell’Arab Image Foundation. Il suo video in mostra, Twenty Eight Nights, dove Akraam è accanto al vecchio fotografo Hashem el Madani, è una sintesi molto evocativa. Ma c’è anche la memoria della rivoluzione iraniana nel lavoro di Taghizadeh o quella israeliana, attraverso un tappeto turkmeno bombardato, nell’opera di Ariel Schlesinger. O, ancora l’azione d’imbiancare le macerie di una casa nei pressi di Kabul da parte dell’artista afgana Lida Abdul. Ma anche il lavoro di Céline Condorelli su Alessandria d’Egitto s’intitola Il n’y a Plus Rien. La memoria in questi paesi è un territorio contestato. C’è una condizione post-traumatica permanente in cui la politica del non-ricordo, l’amnesia ufficiale è sponsorizzata dagli stati. Per non parlare del conflitto israelo-palestinese e del ruolo che la memoria vi gioca. Dunque abbiamo a che fare con stratificazioni temporali diverse che il titolo della mostra mette bene in luce.

Ghadirian Shadi, QAJAR#18 (Radio), 1998, fotografie in b:n, cm.90x60, Collezione Giuseppe Iannaccone, Courtesy dell'artista

Ghadirian Shadi, QAJAR#18 (Radio), 1998, fotografie in b/n, cm.90×60, Collezione Giuseppe Iannaccone, Courtesy dell’artista

Un aspetto positivo di modernità che emerge in mostra è quello dell’utilizzo dei nuovi media da parte degli artisti, nonché la presenza di diversi artisti donna. Quali sono le istanze estetiche e sociali che motivano, a suo avviso, questa forma di emancipazione femminile e tecnologica?

Mona Hatoum, Emily Jacir, Shadi Ghadirian, Lamia Joreige, Ahlam Shibli, Lida Abdul, Mona Marzouk, Sabah Naim, Taus Makhacheva, Dina Danish, Jinoos Taghizadeh, Ayreen Anastas, Malak Helmy, la femminista turca CANAN e la grande intellettuale Etel Adnan. Sono davvero tante le artiste mediorientali presenti. Ciascuna di loro è anche una dissidente, che pratica un’arte dell’esilio e dell’emancipazione. Da questo punto di vista anche la tecnologia ha un senso emancipativo. Non in se stessa, ma per l’uso che ne viene fatto. Mi riferisco a quella figura mediatica che è stata identificata come “citizen journalism”. Con questa espressione s’intendono tutte quelle forme mediatiche non professionali, non governative che si manifestano dal basso, dalla posizione del testimone. In questo senso la tecnologia diventa una modalità di ridistribuzione di funzioni e di ruoli attraverso cui ciascuno può raccontare e produrre la storia. Roy Samaha, Ahmed Mater, Mosireen, così come molti artisti e film makers arabi, si interrogano su questa bassa risoluzione dell’immagine digitale, sulla sua imperfezione e capacità di archiviare gli eventi.

http://www.artefiera.bolognafiere.it/eventi/eventi-in-citta/too-early-too-late-middle-east-and-modernity/2051.html

Too early, too late

A cura di Marco Scotini

Fino al 12 aprile

Pinacoteca Nazionale, Bologna

Deianira Amico

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